Sviluppo del Mezzogiorno

Sviluppo del Mezzogiorno

 

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LA NOSTRA VISIONE PER IL FUTURO DEL MEZZOGIORNO

Introduzione

Fin dalla sua nascita, il nostro Paese vive una condizione di divario che con il passare dei decenni si è affermata come caratteristica strutturale dell’economia e della società italiana. Purtroppo sì, esiste e resiste la Questione meridionale. 

Eppure, se l’arretratezza del Mezzogiorno, o meglio la sua riconoscibilità come spazio problematico rispetto a un più organizzato e sviluppato Nord con annesso status di “questione” nazionale, sembra inserirsi in un’unica, grande linea di continuità fin dal 1861, le risposte che la politica, la cultura e la società hanno dato a tale problema sono molto diverse. Dal Meridionalismo storico di Salvemini, Sturzo, Gramsci, Dorso, Nitti, che ha prodotto deboli risposte da parte del Regno d’Italia, si è passati alla stagione del Meridionalismo repubblicano con le sue luci e ombre. 

Tuttavia, al contrario di quanto si pensi, sono le nuove generazione ad aver vissuto la fase più buia del dibattito sullo sviluppo del Mezzogiorno: quella dell’eclissi della Questione meridionale, della sua lenta uscita dall’agenda politica e perfino di uno strisciante fastidio verso approcci specifici e istanze meridionaliste. Un’epidemia che ha colpito anche il dibattito pubblico, il cui paradigma è stato rovesciato: non sono più le aree forti a sfruttare le aree più deboli, ma proprio queste ultime, attraverso le politiche redistributive, a sfruttare le aree forti. Un’imponente macchina retorica, messa in campo da forze che hanno giocato su profonde fratture territoriali, al fine di imporre i nuovi postulati della politica economica internazionale. In pochi anni abbiamo assistito alla progressiva e incontrastabile delegittimazione di qualsiasi tipo d’intervento straordinario nel Mezzogiorno, alla chiusura della Cassa del Mezzogiorno e alla fuga della grande industria di Stato. 

Bisogna essere molto chiari: non si è trattato di un semplice caso. Il Sud è stato abbandonato a sé stesso per una precisa scelta politica “nazionale”, quindi lasciato solo e fatto scivolare in calce all’agenda di governo, affidato unicamente ai sui deboli attori locali e trattato in maniera caricaturale alla stregua di una porzione del territorio italiano in cui prospera la criminalità organizzata.

Oggi, però, sembrano maturi i tempi per affermare che la Questione meridionale può risorgere come Questione mediterranea. In tal senso, bisogna riconoscere che con il Governo Renzi si è registrato un profondo cambio di passo. Basti pensare alla scelta simbolica di Tunisi come meta per la prima visita ufficiale all'estero del Presidente del Consiglio: immagine potente a cui hanno fatto seguito diverse misure e che offre una dimensione plastica di come per l’Italia e il suo Sud esista un futuro solo se imporrà all’Europa di guardare oltre il suo cuore settentrionale. Ecco perché ci sentiamo di condividere la nuova idea di Mezzogiorno tracciata dal governo dei mille giorni. Un Mezzogiorno che possa contare su una proposta politica rappresentativa di un diverso modello di sviluppo: una strada autonoma che non segua modelli emulativi e che non cerci di “fare del Sud un Nord sbagliato”, come scrive Franco Cassano. 

Un percorso tortuoso che potrà vederci soddisfatti solo se saremo in grado di valorizzare i contributi originali che la prospettiva meridionale può apportare a una ridefinizione dei modelli economici e politici dominanti nel Mondo, rilanciando l’idea di un “pensiero meridiano”, per usare le parole di Camus, da opporre alla filosofia e all’etica di un Nord tedesco e anglosassone, che in tema di cooperazione internazionale e solidarietà ha tanto da imparare. 

Un pensiero che non si lasci tentare dalla narrazione di una storia immutabile. Un pensiero che sia capace di lottare per l’eguaglianza, nella consapevolezza che il Mediterraneo non è un fossile, bensì il luogo dove si incontrano terra, uomini e mare e dove si costruiscono collegamenti, relazioni e ponti. 

Un mare così potente da riuscire perfino a contraddire la forza della filosofia di Hegel, imponendosi nuovamente come “asse centrale della Storia del mondo” e diventando la nuova scenografia di incontro fra Europa, Africa e Asia, meta obbligata della nuova via della globalizzazione cinese, primo attracco dei flussi migratori provenienti dall’Africa, principale piattaforma posta a garanzia della sicurezza e della pace in Medio Oriente.  

Una prospettiva che presenta margini di rischio, ma che potrebbe consentire al Mediterraneo di tornare al ruolo storicamente assolto fino al 1492. In questa sfida sarebbe però necessario ricostruire un Mezzogiorno finalmente attrezzato a ricevere e accogliere di nuovo il vento della storia, in primis con una nuova stagione di investimenti e un rilancio del dialogo euro-mediterraneo in una cornice di aumento complessivo dei servizi offerti alla cittadinanza.

La sfida è ardua, ma spostare a sud l’asse dello sviluppo italiano ed europeo è una strada percorribile.

 

Per una nuova stagione di investimenti

La Relazione sui conti pubblici territoriali 2017 indica chiaramente che la debolezza dell’economia, la necessità di risanamento dei conti pubblici, ma soprattutto le scelte di politica economica che sono state effettuate negli ultimi anni stanno portando a un calo delle attività di manutenzione, ammodernamento e ampliamento del capitale pubblico del nostro Paese. Le stime per il 2016 confermano un ulteriore calo rispetto all’anno precedente, nonostante l’intesa sulla “flessibilità degli investimenti” raggiunta con la Commissione europea. 

In riferimento al Sud, si può notare che la spesa per interventi nazionali finalizzati allo sviluppo di quest’area del Paese, che si aggirava intorno allo 0,85 per cento del Pil italiano negli anni Settanta, è progressivamente scesa fino allo 0,47 per cento negli anni Novanta, allo 0,33 per cento del primo decennio del nuovo secolo e allo 0,15 per cento del 2011-2015.

Tale situazione è figlia della stagione di delegittimazione politica dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni. È ormai opinione diffusa che la miglior cura per il Sud sarebbe quella di vivere una stagione di rottura con il passato, trovando in sé stesso la strada per un nuovo sviluppo economico senza ricorrere ad aiuti esterni, ma facendo leva unicamente sulle proprie potenzialità.

In verità, però, non esistono nella storia contemporanea esempi di vaste aree sottosviluppate che siano uscite dalla propria condizione di ritardo in assenza di un cospicuo investimento sul loro rilancio e non si comprende perché la diminuzione delle risorse pubbliche destinate al Sud sia corrisposta a un incremento delle risorse destinate al Centro Nord. Una precisa scelta politica che ha acuito un divario infrastrutturale interpretabile non solo come un effetto, ma anche come una causa dell’arresto della crescita del Mezzogiorno.

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Investimenti in opere pubbliche, milioni di euro - Fonte: Rapporto Svimez 2015

 

Una situazione di profonda disparità, che rischia di tenere fuori il Mezzogiorno d’Italia dai processi economici contemporanei a vantaggio degli altri partner mediterranei. 

Una rotta che si può invertire ma che necessita di una rimodulazione dell’intera spesa pubblica e che non può gravare solo sulla politica di coesione. I Fondi UE sono stati una risorsa importante che ha tenuto in vita una destinazione di finanziamenti per il Mezzogiorno, i quali però si sono dimostrati insufficienti. Troppo spesso le risorse europee sono state una compensazione e non un'aggiunta e la loro gestione ha fatto i conti con l’inefficienza tecnico-amministrativa e la polverizzazione degli interventi. Inoltre, bisogna tenere in considerazione che il dibattito sul prossimo periodo di programmazione, dal 2021 in avanti, presenta ancora grossi margini di incertezza dovuti al venire meno del contributo britannico e al subentrare di nuove voci di spesa per l’Unione come quella destinata alla sicurezza interna. 

Ecco perché, pur riconoscendo alla politica di coesione il ruolo di principale leva finanziaria per sostenere il processo di sviluppo euro-mediterraneo, siamo convinti che la vera sfida sia quella di una perequazione delle risorse pubbliche nazionali. In tal senso, riteniamo positiva la scelta del Governo Gentiloni, contenuta nel decreto Mezzogiorno poi diventato legge, di ridefinire le modalità per il «riequilibrio territoriale» della spesa ordinaria in conto capitale, garantendo alle regioni meridionali almeno il 34% delle somme destinate alle politiche attive, una cifra che corrisponde alla percentuale della popolazione italiana residente nel Mezzogiorno. Un criterio che speriamo nella prossima legislatura venga esteso a tutti livelli di governo della P.A. e a tutto il settore pubblico allargato, incluse le principali imprese pubbliche, responsabili di gravi iniquità, come ci mostra il caso del Gruppo “Ferrovie dello Stato” che ha destinato solo il 19% della propria spesa capitale al Mezzogiorno (dati 2015). 

In questo scenario di redistribuzione, riteniamo che le aree tematiche su cui concentrare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno debbano essere cinque: trasporti, risorse idriche, energia, innovazione e agricoltura.

 

1.1 Trasporti

Il tema dell’accessibilità delle regioni del Mezzogiorno verso il resto del mondo, ma anche al proprio interno lungo direttrici differenti, assume una valenza particolare, distinguendosi come uno dei principali fattori strategici per il rilancio dell’economia. Per accessibilità si intende la possibilità di raggiungere i luoghi di destinazione per lavoro, studio, turismo e tempo libero. Una buona accessibilità è una componente essenziale della qualità della vita, indispensabile affinché le diverse forme di attività economica e sociale vengano espletate nel migliore dei modi. L’accessibilità per le merci consente, ad esempio, un corretto funzionamento delle filiere produttive e delle reti di fornitura. 

In un mondo caratterizzato da livelli crescenti di competitività tra aree territoriali, la mancanza di un’adeguata accessibilità è stato il fattore che più di tutti ha penalizzato gravemente il potenziale sociale ed economico del Mezzogiorno, come dimostrato da numerosi studi e ricerche. 

Ora però lo scenario è diventato ancora più preoccupante perché il Mezzogiorno rischia di perdere il treno della nuova stagione di centralità che il Mediterraneo vive in funzione di raccordo con i nuovi giganti economici mondiali, quali la Cina e l’India. 

Numerose responsabilità sono imputabili non solo al governo nazionale, ma anche all’Unione Europea che ha visto il Mezzogiorno unicamente come l’area da servire con il Corridoio Scandinavo Mediterraneo: un mercato, da un lato, e un’area produttiva, dall’altro, che in quest’ottica non si è spostata più a sud di Napoli e Bari, con il risultato che le estensioni delle reti ferroviarie e stradali nel resto del Meridione sono concepite in un’ottica di coesione e non certo di sviluppo. Si è trattato quindi di una vera sottovalutazione delle potenzialità di crescita manifatturiera anche portocentrica: un errore che la politica non può più ripetere. 

Siamo convinti che l’unica direzione sia, nel lungo periodo, quella di estendere le reti di trasporto dell’Unione verso la sponda Nord dell’Africa, mentre nel breve, quella di creare un migliore collegamento con tutta l’area balcanica attraverso Bari o Brindisi, ma anche Gioia Tauro. È nei porti che molte delle partite che riguardano il Mezzogiorno verranno giocate nei prossimi anni. Sono i porti, in ragione del ruolo centrale che ricoprono nel mercato globale, i luoghi deputati a dar vita a una nuova stagione di attività manifatturiere, semi manifatturiere e logistiche. Il potenziale dell’Italia, da questo punto di vista, è da sempre enorme, sia per le migliaia di chilometri di coste che la caratterizzano, sia per l’articolato sistema portuale di cui è dotata. 

Il problema però è che il sistema portuale italiano presenta alcune rilevanti criticità che rendono poco conveniente lo spostamento di merci tramite il nostro vettore marittimo rispetto al tradizionale autotrasporto. Basti pensare che su una percorrenza di 500-800 km, corrispondenti al tragitto che separa le regioni del Nord da quelle del Sud, nonostante un certo risparmio nei costi sociali del trasporto integrato via mare di mezzi pesanti, la stessa valutazione non può essere fatta per gli oneri che ricadono sulle imprese. Tempi e costi degli sbarchi e degli imbarchi delle eventuali merci dipendono da fattori logistici spesso disagevoli, che non trovano una reale compensazione negli incentivi diretti alle aziende. 

Dobbiamo aggiungere poi che le banchine mancano spesso di spazi sufficienti e che molti dei 36 porti italiani hanno fondali troppo bassi. Inoltre il sistema portuale nazionale avrebbe bisogno di un aumento di circa il 50% del volume dei dragaggi, in virtù anche della stazza delle navi più moderne e della costruzione di sistemi di retroporti e canali di intermodalità con il trasporto ferroviario e stradale. L’Italia può diventare la banchina d’Europa, ma attualmente su 100 navi che entrano dal canale di Suez nel Mediterraneo, solo 30 si fermano sulle nostre coste. Tutte le altre escono dallo stretto di Gibilterra, circumnavigano l'Europa e approdano in altri porti europei, in alcuni casi facendo arrivare parte della merce di nuovo in Italia: un quadro desolante a cui si può porre rimedio solo tramite un vasto programma di ammodernamento di tutti i nostri servizi logistici. 

 

2. Risorse Idriche

Rispetto al Nord, il Meridione presenta una minore disponibilità di risorse idriche superficiali e dipende dalle acque accumulate (a seguito di precipitazioni) in un sistema di invasi artificiali (dighe e lunghe condotte di approvvigionamento), in parte realizzati nella prima metà del secolo scorso grazie ai fondi stanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno. In molti casi si tratta di infrastrutture che, pur avendo una vita tecnica molto lunga, necessitano, a distanza di tanti anni, di ingenti interventi di manutenzione, anche alla luce dell'elevata sismicità di quei territori. Non sono dunque più rimandabili investimenti destinati alla mitigazione del rischio.

Condizioni “strutturali” più deficitarie, unite a una governance debole e a una notevole frammentazione gestionale, si ripercuotono sulla effettiva disponibilità dell’acqua, con importanti impatti anche di natura socio-economica sulle famiglie e sulle imprese. 

Nonostante gli ingenti stanziamenti pubblici e la creazione di una struttura di missione ad hoc per il superamento delle procedure di infrazione che gravano sul settore, ritardi e inadempienze continuano a essere all'ordine del giorno nel Sud del Paese. Nella convinzione che lo sviluppo sostenibile del Mezzogiorno e del Mediterraneo non possa prescindere da una gestione innovativa delle risorse idriche, riteniamo sia necessario dar vita a un gestore unico per l’approvvigionamento idrico del Mezzogiorno: un singolo soggetto, affidabile e dotato di adeguato know how, che dovrà essere fornito delle risorse necessarie per far fronte alla situazione. 

 

1.3 Energia

Il Sud detiene già un primato positivo, ospitando, secondo il Rapporto Svimez 2015, il 52.7% della potenza installata a livello nazionale delle nuove energie rinnovabili, ma occorrono ulteriori sforzi, con nuovi investimenti in questo settore per trasformare questo “vantaggio competitivo” in un vero motore di sviluppo.

Spesso in Italia si sono registrati costi dell’energia superiori a quelli riscontrati negli altri Paesi dell’Unione Europea. L’incremento della produzione da rinnovabili “nuove”, come il fotovoltaico, e tradizionali, come l’idroelettrico, possono contribuire a ridurre i costi, che inevitabilmente incidono sulla competitività delle imprese. 

Perciò siamo convinti che il settore delle rinnovabili debba essere incoraggiato nel Mezzogiorno in virtù della cospicua disponibilità di irraggiamento solare, vento, biomasse e geotermia, che rappresenta già un importante vantaggio competitivo. L’obiettivo di rendere il Mezzogiorno uno dei più moderni centri di produzione di energia pulita del Mondo è a portato di mano. 

 

1.4 Innovazione

Sappiamo che l'innovazione tecnologica e organizzativa rappresenta un fattore di crescente importanza per la competitività su scala interregionale e internazionale dei sistemi produttivi locali, il che impone un ripensamento delle politiche di sviluppo economico e regionale e di pianificazione territoriale. Tali fattori condizionano lo sviluppo, indirizzandolo in prossimità dei principali atenei e dei più grandi centri di ricerca.  Nonostante i tanti elementi di eccellenza in questo campo che operano nel Mezzogiorno, esiste il rischio che tale sviluppo si concentri ancora una volta quasi completamente nel Nord Italia.

Riteniamo pertanto, soprattutto in termini di ricerca applicata allo sviluppo, che sia necessario portare avanti un ingente investimento nella realizzazione di parchi scientifici e tecnologici nel Mezzogiorno: infrastrutture che si caratterizzino come dei veri e propri aggregatori delle imprese con un profilo altamente innovativo. I centri di questo tipo presenti nel Nord Italia hanno dimostrato come tali investimenti diano in poco tempo risultati molto significativi in termini di crescita economica del territorio. Replicare al Meridione il modello di questi comprensori di conoscenza e tecnica rappresenterebbe dunque un’importante svolta in favore del cosiddetto “trasferimento tecnologico” e del dialogo tra Università e imprese. Nel Sud vi sono già alcuni esempi di successo in questo settore. Ora è necessaria però una strategia complessiva che includa realmente tutto il territorio nazionale. 

 

1.5 Agricoltura

In un contesto segnato dal ritorno della questione agricola al centro della scena internazionale, il “Rapporto ISMEA-SVIMEZ sull'agricoltura del Mezzogiorno” evidenzia la buona performance che il settore primario ha avuto nel 2015 e nel 2016. Crescono i gli studenti dei corsi di discipline agrarie e aumenta l’occupazione giovanile nel settore, soprattutto al Sud.  L'agricoltura è protagonista della ripresa economica nazionale e con lei possono crescere valore aggiunto, esportazioni, investimenti e occupazione. 

Questa è la prova che il Mediterraneo conserva una forte componente agricola e rurale, non è unicamente urbano, costiero e incentrato sui servizi. Tale patrimonio va difeso e non solo perché genera ricchezza e lavoro, grazie a numeri da primato nell’elevato utilizzo di manodopera rispetto ad altri settori, ma anche perché consente a di portare sul mercato continentale e mondiale prodotti di altissima qualità, come dimostra il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio immateriale tutelato dall’Unesco.

Per questa ragione, proponiamo:

- di rafforzare la solidarietà agricola e ambientale euro-mediterranea, al fine di rispondere meglio al degrado della bilancia agro-commerciale dei paesi arabi mediterranei, alla pluralità di sfide ambientali, a un evidente sviluppo rurale squilibrato e al “degrado” dell’alimentazione mediterranea; 

-di continuare l’impegno sulla strada dell’agricoltura sociale, che permette tramite iniziative promosse in ambito agricolo e alimentare, da aziende agricole e cooperative, di favorire il reinserimento di soggetti svantaggiati nella comunità, anche migranti, e al contempo produrre beni. Un nuovo modo di declinare le politiche del welfare in ambito territoriale, che coinvolge una pluralità di soggetti giuridici, enti, aziende agricole e cittadini e che ha il suo fondamento nella collaborazione tra il mondo dell’agricoltura e quello del terzo settore. Un modello che, secondo le indagini sull’Agricoltura Sociale Biologica condotta da AIAB nel nostro paese è in forte crescita e presto potrà superare il recinto delle fattorie per aprirsi al turismo sociale rurale o al modello degli agro-asili, il cui primo esempio si trova in Campania.

Per il rilancio della cooperazione euro-mediterranea

Tutte le diagnosi e le terapie proposte dalla classe politica locale e nazionale, hanno un comune limite: l’assenza di un orizzonte di crescita per il Mediterraneo. Le Leggi Obiettivo, gli Accordi di Programma Quadro, i Contratti di localizzazione, le Zone Franche Urbane sono strumenti utili ma inesorabilmente monchi, infatti la vera sfida è dare respiro al Mezzogiorno collocandolo all’interno dello scenario internazionale. Soprattutto adesso che lo Stato nazionale vede di giorno in giorno assottigliarsi la propria capacità di governare i processi, è importante che l’Italia provi a rimodulare la propria politica estera in linea con l’interesse nazionale, che non coincide sempre e completamente con la dimensione dell’impegno dell’Italia nell’UE e nella NATO.

Nei primi anni Duemila siamo stati testimoni del processo di allargamento dell’Unione Europea verso Est e della conseguente riduzione di energie e risorse destinate alla politica euro-mediterranea. Tutto ciò ha contribuito a rendere più periferiche le regioni meridionali europee, in primis il Mezzogiorno d’Italia. Oggi però le mutate condizioni dello scenario internazionale sono mature per tornare a operare come Italia e come Europa all’interno di una “Prospettiva Mediterranea”, sia in termini economici che in termini politici. 

A tale scopo dovranno contribuire innanzitutto le forze progressiste italiane ed europee, le quali avranno il compito di rilanciare con coraggio il tema della cooperazione e il progetto di integrazione euro-mediterranea, che, dalla Conferenza di Barcellona del 1995 a oggi, non ha registrato risultati apprezzabili.

Vent’anni dopo l’avvio del Partenariato euro-mediterraneo (Pem), conosciuto anche come Processo di Barcellona, dobbiamo constatare che il Mediterraneo è ancora lontano dall’essere un’area di pace, stabilità e prosperità condivisa e che, al contrario, presenta un grado di frammentazione e conflittualità più elevato rispetto alla metà degli anni Novanta. Anche strumenti quali la Politica Europea di Vicinato (PEV), incentrata su una dimensione eccessivamente bilaterale della cooperazione euro-mediterranea, e l’Unione mediterranea lanciata da Nicolas Sarkozy, che ha incluso un numero di Paesi più ampio rispetto al Pem, fra cui Svezia e Finlandia, ridimensionando di conseguenza il peso dei Paesi rivieraschi, si sono rivelati stimoli apprezzabili sulla carta ma decisamente inefficaci nella realtà.  

Siamo perciò convinti che l’Italia debba farsi promotrice di una nuova iniziativa multilaterale di dialogo fra i Paesi della sponda sud e Paesi della sponda nord, al fine di portare avanti la proposta di instaurare nuovi e più stretti legami politici, economici, sociali e culturali fra le due. Riteniamo necessaria la costituzione di un nuovo partenariato globale di lungo periodo, che dia particolare rilievo al ruolo dei cittadini e alla dimensione culturale e che proponga una nuova mediterranean global policy.

Tale progetto si dovrà realizzare tramite il perseguimento graduale di tre obiettivi specifici.

-Il rilancio di un percorso multilaterale di liberalizzazione commerciale, che abbia come suo fine ultimo la costituzione di un’unica area di libero scambio euro-mediterranea, un meccanismo che offra a lungo termine prospettive positive alle economie degli Stati meridionali dell’Unione Europea e, di conseguenza, favorisca una loro maggiore integrazione nel mercato unico europeo.

-La creazione di un piano di cooperazione internazionale nel campo dell’istruzione, del sociale e della cultura, finalizzato alla creazione di un nuovo e unico spazio di ricerca e formazione universitaria che possa rappresentare e stimolare l’intera comunità scientifica e accademica del Mediterraneo, permettendo a studenti e professionisti delle due sponde di entrare in contatto fra loro con la stessa sistematicità che vige all’interno dell’UE. 

-L’avvio di un regolare dialogo politico tra gli Stati dell’Europa meridionale e quelli nordafricani al fine di strutturare un’unica strategia di contenimento delle tratte e una comune lotta allo sfruttamento dei migranti, del traffico di droga e dello smercio di armi, attività che rappresentano la fetta più redditizia delle attività dell’organizzazione criminali in tutti i Paesi mediterranei e che ne limitano lo sviluppo economico e sociale.

 

Per un aumento dei servizi offerti alla cittadinanza 

L’Italia vive un divario interno non solo in termini di Pil, ma anche in riferimento a indicatori sociali, quali istruzione, speranza di vita e sviluppo umano, e a indicatori civili, quali la libertà politica e personale. Dalla legalità al trasporto pubblico, dalla cura dell’infanzia e degli anziani alla rete digitale, è inaccettabile che un terzo della popolazione italiana viva in una situazione di arretratezza nelle condizioni di vita, nei diritti sociali e nelle libertà civili. 

Di fronte a questo scenario, in tanti hanno creduto che fosse meglio lasciare ai singoli individui la possibilità di cercare soluzioni individuali a problemi socialmente prodotti, ognuno per sé, utilizzando le proprie risorse e la propria immaginazione.

Riteniamo però che ci siano poche possibilità che i mercati o le persone riescano a gestire correttamente tale situazione. Anche in quest’ambito pensiamo che l’affermazione di una strategia euro-mediterranea sia l’unica reale prospettiva di sviluppo per il Mezzogiorno. Al contrario dei temi trattati in precedenza, qui saranno gli attori locali a dover dare avvio a una stagione di aumento dei servizi offerti alla cittadinanza. Fra Stati sempre più impotenti e individui a corto di poteri adeguati, è solo nel livello delle amministrazioni locali che si può raggiungere un grado di equilibrio. Una città intelligente, digitale e inclusiva, a prescindere dalle sue dimensioni, è l’unica cornice possibile per garantire un migliore standard di vita ai cittadini.

In questa direzione, proprio nello scenario mediterraneo alcuni nuclei urbani si stanno muovendo molto bene. Se, da un lato, il fermento creativo della cittadinanza trova nel Mediterraneo un luogo privilegiato per giocare la partita della smart city, dall’altro la via alla smart city da proporre nel Mezzogiorno è del tutto diversa e per alcuni versi opposta a quella percorsa dai Paesi del Nord Europa. Si tratterebbe di un percorso meno strutturato che metta al centro la creatività e la collaborazione attiva di gruppi più o meno ampi di cittadini. Alcuni esempi virtuosi li troviamo a Malaga, Salonicco, Valencia, ma anche in Tunisia e nella zona dei Balcani. A questi si aggiungono poi i fermenti creativi esplosi in alcune regioni del Sud Italia che già da qualche anno hanno sorprendentemente riacceso alcuni territori, aprendo nuove strade e prospettive fertili di sviluppo e crescita. La biodiversità, il paesaggio, il clima, le risorse culturali e architettoniche costituiscono infatti ingredienti preziosi per realizzare una strategia smart city a tutto tondo, che non si limiti alla mera digitalizzazione delle informazioni e alla costruzione di big data, ma che faccia leva sulle risorse umane, storico-culturali, artistiche, paesaggistiche e naturali nelle quali la città eccelle e intorno alle quali essa possa costruire la propria identità. Una identità nuova che attragga da altre aree geografiche talenti, lavoratori qualificati e imprese, che possano crescere e produrre ricchezza, aprendo così la strada all’acquisizione delle risorse necessarie per finanziare il continuo miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Un circolo virtuoso che si autoalimenti, creando i presupposti per un vero sviluppo sostenibile nel medio-lungo termine. 

Il primo passo sarà affidarsi a tecnologie informatiche come strumento per consentire la contemporanea realizzazione di crescita economica, sostenibilità ambientale e vivibilità degli ambienti urbanizzati, ma i centri urbani del Mediterraneo possono contare anche su altre risorse. Basti pensare all’accoglienza degli migranti, che contribuiscono alla ibridizzazione culturale, alla crescita demografica e al ringiovanimento della popolazione e della forza lavoro, ingredienti fondamentali di ogni strategia di sviluppo. Oppure all’impiego del patrimonio immobiliare inutilizzato o scarsamente impiegato e dei beni confiscati alla mafia, come luoghi di coworking da mettere a disposizione di startupper, innovatori e artisti.

Non sarà semplice, ma siamo convinti che solo attraverso un disegno organico e un’annessa direzione di sviluppo si possa intraprendere nel medio periodo un reale percorso di miglioramento delle condizioni di vita per i milioni di cittadini del Mezzogiorno d’Italia e superare finalmente la Questione meridionale. 

A cura di Vittorio Pecoraro

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