Immigrazione

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LA NOSTRA VISIONE PER IL FUTURO DELL’IMMIGRAZIONE

 

 

Introduzione

 

L’immigrazione è una delle più grandi sfide del nostro tempo. Un tema che ci riguarda come europei, non solo come italiani. Per troppo tempo l’Italia è stata lasciata sola nella gestione di una vicenda che è per sua natura di interesse continentale. Fino a qualche anno fa si parlava comunemente di “emergenza sbarchi”: era infatti diffusa la convinzione che prima o poi la crisi migratoria sarebbe finita, che le nostre coste avrebbero cessato di essere raggiunte da questo esodo di proporzioni impressionanti. 

Il 2011, con l’inizio delle Primavere Arabe e l’esplosione di nuovi conflitti nell’area mediorientale (a cominciare dalla guerra in Siria), ha necessariamente portato questa visione a cedere il passo alla consapevolezza che il fenomeno migratorio avrebbe interessato l’Italia e l’Europa ancora per decenni. Ormai usciti dall’ottica emergenziale, è compito del nostro Paese e del nostro continente dare una risposta strutturale a un problema strutturale. Una risposta complessiva, che tenga conto delle esigenze umanitarie dei migranti e della sempre più pressante domanda di misure di sicurezza che proviene dalla popolazione residente. 

 

La domanda di maggiore sicurezza nelle nostre città

 

Il tema della sicurezza nelle nostre città è soprattutto una questione di percezione. La presenza di immigrati e senza fissa dimora in prossimità di importanti luoghi di aggregazione difficilmente lascia indifferente un genitore abituato a permettere a suo figlio di uscire da solo o una giovane donna che si sente limitata nelle sue libertà personali.

I dati mostrano però una realtà ben diversa, con un minimo aumento degli sbarchi tra il 2016 e il 2017. 

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Arrivi in Italia al dal 1 gennaio al 27 luglio nel 2016 e 2017 - Fonte: Ministero dell’Interno

 

Il sistema penale, già carente in molti aspetti, di certo non aiuta nella percezione di sicurezza in quanto l'idea dell'impunità dei criminali è molto diffusa nel sentire comune dei cittadini italiani. Questo, sommandosi alla pressione mediatica legata al fenomeno della "criminalità immigrata", crea un mix pericoloso, un terreno fertile per la diffusione di un generalizzato sentimento di intolleranza.

I servizi sociali di molti Comuni italiani, duramente colpiti da anni di tagli alle spese, non sono in grado di dare risposte efficaci al crescente bisogno di welfare (aumento legato in maniera diretta al progressivo complicarsi del fenomeno migratorio) e tendono quindi a delegare questo compito ai volontari dei diversi soggetti associativi attivi sul territorio, mentre un intervento coordinato di Comuni e Stato sicuramente consentirebbe il raggiungimento di risultati di gran lunga migliori.

A peggiorare la percezione della situazione da parte dei cittadini c’è poi la minaccia terroristica, che, a ogni attacco, non può non lasciare in loro un senso di paura e sfiducia nei confronti delle istituzioni, che sembrano per l’appunto incapaci di far fronte a un fenomeno di così vasta scala. È però un grave errore far coincidere immigrazione e terrorismo, dimenticando che a facilitare la diffusione del fenomeno terroristico spesso ci sono anni di ghettizzazione e di gestione non sempre corretta del processo di integrazione. La retorica mediatica è inoltre fin troppo piena di assimilazioni inopportune tra la religione islamica e la minaccia di Daesh.

Gli attacchi portati avanti dalle cellule del sedicente Stato Islamico in Europa hanno come regola fondamentale quella di non rispondere ad alcuna logica organizzata. Non seguono alcuno schema, se non quello di seminare paura e disperazione nella parte del Mondo che ci troviamo ad abitare ed è questo che li rende così difficili da prevedere. In situazioni di questo tipo, la maggior parte dei governi si è concentrata su un aumento dei controlli nei luoghi di transito e su investimenti in una maggiore presenza delle forze dell’ordine nei luoghi sensibili. 

È però doveroso sottolineare come proprio l’Italia abbia provato, in questi anni di governo di centrosinistra, a indicare una strada nuova nel contrasto al terrore. Pochi giorni dopo il terribile attentato al Teatro Bataclan di Parigi, l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi annunciò importanti modifiche alla legge di stabilità, che avrebbe previsto un miliardo in più per la sicurezza e uno per la cultura. Il Premier spiegò i motivi di questa decisione affermando che la principale difesa contro chi intende distruggere il nostro modo di vivere debba essere un profondo moto identitario che coinvolga l’intero Paese. L’Italia, con le sue incredibili bellezze e la sua storia, è da sempre uno dei luoghi maggiormente rappresentativi della civiltà occidentale, la quale si fonda prima di tutto su una serie di diritti e di libertà fondamentali. E sono proprio questi i principali bersagli dalla minaccia terroristica. Ciò che rende l’attentato al Bataclan uno spartiacque nella storia di Daesh è il tentativo, riuscito per qualche ore, di annientare la libertà di poter andare a un concerto, senza aver paura che la sala si trasformi in un girone dell’Inferno dantesco. 

La misura comunemente nota come “1€ in sicurezza, 1€ in cultura”, che prevede anche mezzo miliardo di investimenti nella riqualificazione delle periferie e il bonus cultura per i diciottenni, è oggi spesso citata dai rappresentanti degli altri Paesi dell’Unione Europea come esempio virtuoso di lotta al terrore, meritevole di essere una forma di aggressione pacifica a un sistema valoriale che intende minare le radici stesse della nostra identità di donne e uomini liberi. 

Sono poi numerose le proposte interessanti per fare in modo di rendere più sopportabile per i cittadini le nuove misure di sicurezza. Vale la pena citare l’idea dell’Architetto Stefano Boeri, già messa in pratica in diverse città, di sostituire barriere in cemento e transenne con piante e fioriere: un modo diverso di contrastare il terrore. Alberi invece che muri. Bellezza invece che costrizione.


La risposta europea alla questione migratoria: dal sistema di Dublino al Migration Compact

 

Noi FutureDem siamo convinti che sia ormai arrivato il momento di superare gli accordi di Dublino e di portare gli altri Paesi dell’Europa del Mediterraneo a convergere realmente sul modello proposto dal Migration Compact affinché diventi la base per un vero manifesto europeo dell’accoglienza dei migranti. 

Il sistema di Dublino fu creato a seguito della caduta del muro di Berlino (9 novembre 1989), in previsione dei flussi migratori verso l’Europa occidentale che il crollo del blocco sovietico avrebbe certamente determinato. Fu istituito dalla omonima Convenzione di Dublino, firmata il 15 giugno 1990 ed entrata in vigore il successivo 1º settembre 1997. Il sistema non è pensato per la gestione di centinaia di migliaia di profughi provenienti da continenti diversi e culture diverse. Dunque non può essere considerato una risposta efficace per affrontare la complessa situazione attuale.

Fin dalla sua prima stesura, infatti, la Convenzione di Dublino si basava su un unico principio cardine: il Paese in cui viene identificato il migrante è quello che deve occuparsene. Se si tratta di un richiedente asilo, sarà questo a processarne la richiesta, altrimenti dovrà provvedere al rimpatrio. Quando un migrante non è idoneo all’asilo, gli viene rilasciato un foglio di via, strumento che però nel corso degli anni non ha impedito ai migranti di muoversi tra i Paesi europei in cerca di sistemazione e di un futuro migliore per sé stessi e le proprie famiglie. 

Nei due Regolamenti successivi a quello emanato immediatamente dopo la Convenzione, Dublino II e Dublino III, questa impostazione non è cambiata. Sono state riviste alcune situazioni straordinarie (ad esempio, nel caso di persone a carico, il Reg. UE n° 604/2013 prevede che sia competente lo Stato in cui risiede legalmente un familiare), ma le problematiche derivanti dalla rigidità del sistema non hanno tardato a palesarsi. È infatti a causa di questa rigidità che, nel momento più difficile della crisi, alcuni Paesi dell’Europa orientale (in particolare quelli appartenenti al gruppo di Visegrad), hanno preferito abbandonare il percorso comune sul tema e alzare muri, perché spaventati da una pressione esterna che hanno percepito come eccessiva rispetto alle proprie capacità. Una paura, la loro, che non solo non li ha protetti, ma che ha anche gravato su tutto il sistema eurounitario, congelando, fra l’altro, i meccanismi previsti dal piano di riparto approvato con le Decisioni nn° 1523 e 1601 del Consiglio dell’Unione Europea. Quest’ultimo avrebbe permesso il ricollocamento di 120.000 richiedenti asilo, riducendo sensibilmente la pressione sugli Stati di confine, tra cui la stessa Ungheria che ha preferito appunto costruire un muro al confine.

Il sistema di Dublino inoltre era rivolto ai rifugiati e non ai migranti economici che col tempo sono divenuti la stragrande maggioranza. La crisi migratoria ha trovato quindi impreparati gli Stati di primo approdo senza una legislazione e fondi mirati per i rimpatri.

L’Italia conosce bene i limiti di questo sistema e per tale ragione il 15 aprile 2016 ha inviato ai Presidenti della Commissione e del Consiglio dell’UE una proposta per impostare un nuovo modello di gestione dei flussi migratori a livello europeo: il Migration Compact appunto. Il nostro Paese ha proposto di investire, mediante la creazione di Eurobond, sulla creazione di un vero rapporto di cooperazione allo sviluppo con i Paesi africani di partenza. A loro l’Unione offre progetti di investimento, UE-Africa bond, opportunità di migrazione legale e schemi di reinsediamento in cambio dell’istituzione di reali controlli alle frontiere (che diminuirebbero nettamente i flussi) e di una maggiore collaborazione sul tema dei rimpatri per chi non ha diritto all’asilo. 

Instaurare rapporti con i Paesi terzi è necessario e questo è il punto sul quale l’Italia vuole che si agisca maggiormente. Senza un dialogo tra i Paesi di partenza e quelli di arrivo è impossibile stabilire un piano efficace di gestione comune dei flussi migratori.

Il 2017 è stato un anno importante nel percorso verso un nuovo regolamento di Dublino. È stata infatti approvata in Commissione LIBE al Parlamento Europeo una nuova versione del regolamento la quale stabilisce che l’attribuzione di responsabilità sulla gestione del migrante sarà regolata da un meccanismo stabile di ricollocazione basato su legami familiari, professionali o accademici con un Stato membro, in assenza dei quali la persona verrà assegnata a un Paese membro in base a un metodo di ripartizione fisso. Qualora il nuovo regolamento dovesse entrare in vigore, in presenza di una sua violazione, lo Stato che se ne rende colpevole rischia una riduzione dei fondi dell’Unione Europea. 

 

Come si sta muovendo l’Italia: dal decreto Minniti-Orlando a una nuova visione di cooperazione internazionale

 

Nel frattempo, l’Italia ha provato a elaborare diverse soluzioni per affrontare le ondate migratorie che interessano le sue coste in questi anni. Soluzioni consistenti sia in provvedimenti relativi alla gestione dei flussi che in misure volte alla promozione della cooperazione internazionale allo sviluppo, la cui visione complessiva noi FutureDem riteniamo assolutamente condivisibile.

I mesi centrali del 2017 hanno visto il governo italiano particolarmente impegnato su questi due fronti. Il piano all'interno del Decreto Minniti-Orlando infatti prevede un allargamento della già esistente rete nei centri per il rimpatrio sul nostro territorio. Si chiameranno infatti CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio). Passeremo da quattro a venti centri, uno in ogni regione, per un totale di 1.600 posti. La redistribuzione è essenziale per gestire con un approccio strutturale i rientri, senza lasciare soli i nostri Comuni che affacciano sul mare. Il Ministero degli Interni ha inoltre assicurato che i nuovi centri saranno più piccoli e di conseguenza più facilmente gestibili, con una capienza massima di cento persone e che, a differenza dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) saranno collocati lontano dalle città. 

Questi ultimi anni di governo sono stati segnati da un’attenzione sempre maggiore dedicata alla cooperazione internazionale allo sviluppo e, in modo particolare, a un piano complessivo di investimenti in Africa. La retorica dell’“aiutiamoli a casa loro” è completamente sconfessata quando per “aiuto” si intende la messa in atto di interventi militari senza alcuna prospettiva di lungo periodo per i Paesi interessati. 

Siamo convinti che sia ormai necessario un nuovo paradigma di cooperazione internazionale, che favorisca il cambiamento strutturale locale al fine di ridurre povertà e diseguaglianze economiche e sociali. 

Con la L. 11 agosto 2014 n. 125, “Disciplina generale per la cooperazione internazionale per lo sviluppo”, l’Italia chiarisce che la cooperazione è volta allo sradicamento della povertà, alla riduzione delle disuguaglianze, all’affermazione dei diritti umani e della dignità degli individui, alla prevenzione dei conflitti e al sostegno ai processi di pacificazione. La legge prevede che questa importante branca della politica estera venga coordinata dal Viceministro delegato e che i progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo vengono pianificati in un Documento triennale di programmazione e di indirizzo della politica di cooperazione allo sviluppo, approvato dal Consiglio dei Ministri, previa acquisizione del parere delle Commissioni parlamentari competenti, entro il 31 marzo di ogni anno. Il 1° gennaio 2016, inoltre, è nata l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, uno strumento essenziale di supporto a questa importante attività. 

Per quanto riguarda gli investimenti italiani in terra d’Africa, nel corso dell’ultimo anno il Partito Democratico si è speso molto per l’approvazione dell’Africa Act, una legge delega articolata su tre pilastri (formazione e cultura, lavoro e sviluppo, stabilità e sicurezza) e volta a creare una unità tecnica di coordinamento degli sforzi di tutti i Ministeri italiani nei confronti dell’Africa. Sono questi provvedimenti di straordinaria importanza, che raccontano un’Italia al passo con i grandi cambiamenti del nostro tempo e pronta a fare la sua parte nella fondamentale lotta contro le diseguaglianze che affliggono il Mondo.



Investire in integrazione

 

I migranti possono diventare un pericolo per la comunità che li ospita solo se, sradicati improvvisamente dalla propria cultura e tradizione, non vengono indirizzati e guidati, ma piuttosto lasciati a sé stessi e alla propria capacità di guadagnarsi da vivere (dal chiedere l’elemosina allo spaccio di droga, passando per furti occasionali). È in questo vortice di economia sommersa, che le istituzioni fanno ancora fatica a contrastare, che prosperano diverse forme di criminalità organizzata, le quali lucrano sulle disgrazie di chi è costretto a vivere la tragedia dell’emigrazione. 

C’è un forte tema identitario in questa vicenda. Infatti, le più grandi resistenze che gli elettori pongono a un partito che propone di investire in accoglienza e integrazione consistono nella paura di smarrire l’identità nazionale. 

È però importante sottolineare come la velocità con cui si sviluppa il fenomeno migratorio faccia sì che questo sentimento si accentui, anche perché il nostro Paese non era preparato ad accogliere un numero così alto di persone e, soprattutto all’inizio di questa lunghissima “emergenza”, l’accoglienza è stata gestita in maniera spartana e a volte non professionale, senza linee guida comuni né criteri chiari per la selezione dei responsabili della gestione dei centri di accoglienza. A questo si è poi aggiunto il forte sentimento di precarietà generato dall’arrivo della crisi economica, che ha accentuato le diseguaglianze e aumentato in modo esponenziale la disoccupazione, soprattutto giovanile. 

Integrare significa “rendere parte di”, arricchire la nostra identità con nuove voci e nuove culture, pur lasciando invariata la nostra base culturale. L’integrazione consiste in un arricchimento e non in una privazione. Questo è possibile solo se riusciremo a vincere la sfida più grande: quella di riappropriarci davvero della nostra identità. Un retaggio millenario, che ci carica sulle spalle una grande responsabilità. 

I nostri valori fondanti, quelli che ci rendono davvero una nazione, non devono essere minimamente danneggiati dal nostro aprirci all’altro. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere che l’accoglienza è sempre stato un pilastro di quei valori. Negli ultimi anni ci siamo arroccati dietro un'idea posticcia della nostra identità, considerandola il confine dell’Occidente. Ma l’identità è per sua natura una frontiera più che un confine: si ridefinisce con l’evolversi della storia e del pensiero dei popoli. Identità è impianto valoriale condiviso, è costruzione di comunità, è ciò che consente ad un insieme di donne e di uomini di sentirsi parte del medesimo destino collettivo. Il confronto con l'altro e l'accettazione di un sistema di doveri e diritti è ciò che ci consentirà di attualizzare il concetto di identità e di dirigerci verso una vera e piena integrazione.

Se prendiamo atto che il tema dell’integrazione è intrinsecamente legato a quello dell’identità, sorgerà spontanea una domanda: chi è davvero italiano? In particolare negli ultimi anni la discussione sulla questione della cittadinanza è diventata sempre più accesa. A questo proposito, il disegno di legge 2092, al centro del dibattito pubblico nel nostro Paese negli ultimi mesi della XVII Legislatura, prevedeva un modello di ius soli temperato: i bambini stranieri nati in Italia e che abbiano almeno un genitore in possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo avrebbero potuto ottenere la cittadinanza. Dopo cinque anni di frequenza di cicli di istruzione appartenenti al sistema nazionale anche il minore straniero, nato in Italia o arrivato entro il compimento del dodicesimo anno di età, avrebbe potuto ottenerla, a seguito della presentazione di una dichiarazione di volontà da parte di un genitore legalmente residente in Italia. 

Noi FutureDem pensiamo che un provvedimento di questo tipo sia fondamentale per adeguare la legislazione a una realtà da tempo esistente nel nostro Paese. Troppo a lungo abbiamo assistito al paradosso di bambini nati in Italia, che per cultura e formazione sono già italiani, che magari non hanno mai neanche visitato il Paese d’origine dei propri genitori, ma che vengono considerati stranieri dallo Stato. È con misure come questa che le istituzioni possono favorire la presa di coscienza da parte della società del fatto che la nostra identità è già fortemente arricchita e segnata positivamente da decine di migliaia di storie, esperienze, pensieri che non hanno avuto origine nello stivale, ma che sentono comunque di appartenervi per cultura e formazione.


PROPOSTE

 

Dialogo permanente tra i Paesi dell’Europa del Mediterraneo

 

La delicata situazione in cui l’Italia si trova rispetto alla necessità di gestire i flussi migratori in modo efficiente, sicuro e provando al tempo stesso a salvare il maggior numero possibile di vite non cambierà a meno che non ci sia un interessamento dell’intera area dell’Europa del Mediterraneo.

 

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Sbarchi nel 2017 (aggiornato al 12 luglio) - Fonte: UNHCR

 

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Gli ingressi irregolari in Europa nel 2016 - Fonte: Frontex

 

Noi FutureDem riteniamo ormai non più rinviabile l’istituzione di un luogo di confronto permanente tra questi Paesi che sia finalizzato all’adozione di una linea comune sia in sede europea che nel dialogo con gli Stati dell’altra sponda del Mediterraneo. L’Europa deve iniziare ad avere un ruolo politico centrale nella costruzione di un futuro di pace e sviluppo per il Medio Oriente. Ancora troppo forte è la sua assenza sostanziale ai tavoli di mediazione tra le parti in conflitto e troppo debole la sua spinta propositiva. 



Mettere i neolaureati con competenze in lingue mediorientali nelle condizioni di poter dare un contributo nella gestione degli sbarchi

 

La legge 124 del 2007 ha riformato profondamente il sistema d’intelligence italiano. Una delle novità principali ha riguardato la sua relazione con il mondo esterno. La selezione del personale, infatti, non avviene più esclusivamente attraverso la Pubblica Amministrazione ma anche tramite assunzioni dirette. 

Le minacce derivanti dal terrorismo internazionale necessitano di nuove competenze da mettere in campo.  Gli addetti ai lavori che operano soprattutto nelle aree maggiormente interessate dagli sbarchi hanno più volte denunciato pubblicamente la grave mancanza di personale con competenze linguistiche adeguate. Non di rado è necessario il ricorso a interpreti di fortuna: cittadini del posto che scelgono di diventare ausiliari di polizia giudiziaria e di dedicare una parte del proprio tempo ad aiutare le autorità nella comunicazione con le donne, gli uomini e i bambini durante gli sbarchi. 

Come FutureDem proponiamo quindi una più mirata attività di selezione e assunzione di neolaureati esperti in lingue mediorientali. Il momento dello sbarco è sempre drammatico: in condizioni estremamente complesse, è necessario accertare quanto prima le condizioni fisiche dei migranti, verificare che siano o meno in possesso di documenti e, in alcuni casi, raccogliere immediatamente informazioni su quanto accaduto nel corso del viaggio. È fondamentale che queste operazioni siano condotte dalle forze dell’ordine e dalle organizzazioni coinvolte nella gestione degli sbarchi con il supporto di personale competente e qualificato. Questa proposta, inoltre, consentirebbe di valorizzare un capitale umano eccezionale presente nel nostro Paese e di incentivare i giovani ad avviare la propria esperienza professionale con un’opera di servizio agli altri.

 

Una maggiore presenza dello Stato nei centri SPRAR 

 

La permanenza dei migranti nei centri SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) è tutt’altro che di facile gestione. I professionisti di diversi settori (sanitario, ausiliario, linguistico, sociale) cui questa è affidata stanno affrontando in questi anni una crescita esponenziale dei beneficiari dei servizi offerti.