C.E.S.A.R.E.

C.E.S.A.R.E.

Un passato di grandezza e visione

 

“D’Italica forza possente sia la stirpe di Roma.”

(Publio Virgilio Marone, XII, 827)

 

[…]      Te duce, l’orme delle colpe nostre,
     S’altra ne resti, andran disperse, e fia
     Dal perpetuo timor libero il mondo.
Vita divina Egli vivrà; co’ numi
     Vedrà misti gli eroi; sarà da loro
     Veduto anch’egli, e l’universo in pace
     Governerà con le virtù paterne.
A Te, fanciullo, effonderà la terra
     Spontaneamente i suoi piccioli doni:
     Erranti edere e nardo e in un commista
     La colocasia col ridente acanto.
     Riporteran le capre al noto ovile
     Da sè le mamme turgide di latte;
     Nè più gli armenti tremeran gl’immani
     Leoni. A te germoglierà la culla
     Fiori soavi; periran le serpi,
     Morran le velenose erbe fallaci,
     Ed ovvio nascerà l’assirio amomo.
     Ma non appena degli eroi la lode
     E del padre potrai legger le geste
     Ed imparar che sia virtù, di molli
     Spiche biondeggeranno a poco a poco
     I campi; tra’ selvatici spineti
     Purpurea penderà l’uva, e le dure
     Roveri suderan roridi mieli.

 […]

(Publio Virgilio Marone, IV Ecloga)

 

 

C’è stato un tempo in cui l’Italia ha dato i natali a leader che disegnavano i confini del mondo, che con il proprio sangue e la propria visione hanno dato vita a un impero e contribuito all’affermazione di un patrimonio valoriale. Era il tempo dei Cesari, degli uomini che hanno governato sulla costruzione politica più grande della storia del mondo occidentale.

La centralità dello stivale non si è certo esaurita con l’Imperatore Traiano, che ha portato l’Impero romano alla sua massima espansione. L’Italia è stata ancora grande nel Medioevo: basta pensare a Dante e Petrarca, che nelle loro parole iniziano a prefigurare il sogno di una unificazione politica della penisola (Dante arriva addirittura a profetizzare la venuta di un “veltro”).

 

«A te convien tenere altro viaggio,»
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.   

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurìalo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde invidia prima dipartilla.

(Dante Alighieri, Commedia, I, 91-111)

 

[…]       Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere in gran tempesta, 
non donna di province, ma bordello! 
      Quell’anima gentil fu così presta, 
sol per lo dolce suon de la sua terra, 
di fare al cittadin suo quivi festa; 
      e ora in te non stanno sanza guerra 
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode 
di quei ch’un muro e una fossa serra. 
      Cerca, misera, intorno da le prode 
le tue marine, e poi ti guarda in seno, 
s’alcuna parte in te di pace gode. 
      Che val perché ti racconciasse il freno 
Iustiniano, se la sella è vota? 
Sanz’esso fora la vergogna meno. 
      Ahi gente che dovresti esser devota, 
e lasciar seder Cesare in la sella, 
se bene intendi ciò che Dio ti nota, 
      guarda come esta fiera è fatta fella 
per non esser corretta da li sproni, 
poi che ponesti mano a la predella. 
      O Alberto tedesco ch’abbandoni 
costei ch’è fatta indomita e selvaggia, 
e dovresti inforcar li suoi arcioni, 
      giusto giudicio da le stelle caggia 
sovra ‘l tuo sangue, e sia novo e aperto, 
tal che ‘l tuo successor temenza n’aggia! 
      Ch’avete tu e ‘l tuo padre sofferto, 
per cupidigia di costà distretti, 
che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto. 
      Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: 
color già tristi, e questi con sospetti! 
      Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura 
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; 
e vedrai Santafior com’è oscura! 
      Vieni a veder la tua Roma che piagne 
vedova e sola, e dì e notte chiama: 
«Cesare mio, perché non m’accompagne?». 
      Vieni a veder la gente quanto s’ama! 
e se nulla di noi pietà ti move, 
a vergognar ti vien de la tua fama. 
      E se licito m’è, o sommo Giove 
che fosti in terra per noi crucifisso, 
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 
      O è preparazion che ne l’abisso 
del tuo consiglio fai per alcun bene 
in tutto de l’accorger nostro scisso? 
      Ché le città d’Italia tutte piene 
son di tiranni, e un Marcel diventa 
ogne villan che parteggiando viene. 
       […]

(Dante Alighieri, Commedia, Purgatorio, VI)

 

 

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,
piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.
[…] Né v’accorgete anchor per tante prove
del bavarico inganno
ch’alzando il dito colla morte scherza?
Peggio è lo strazio, al mio parer, che ’l danno;
ma ’l vostro sangue piove
piú largamente, ch’altr’ira vi sferza.
Da la matina a terza
di voi pensate, et vederete come
tien caro altrui che tien sé cosí vile.
Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto:
ché ’l furor de lassú, gente ritrosa,
vincerne d’intellecto,
peccato è nostro, et non natural cosa.

[…]

(Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXVIII)

 

L’Italia è stata poi di nuovo al centro del mondo nel Rinascimento, nel momento in cui le corti si trasformarono in eccezionali incubatori di talenti. Filippo Brunelleschi, Donatello, Marsilio Ficino, Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci, Pico della Mirandola, Niccolò Machiavelli, Pietro Bembo, Niccolò Copernico, Ludovico Ariosto, Michelangelo Buonarroti, Torquato Tasso: menti pionieristiche che vivono e operano nell’Italia quattro e cinquecentesca. In quella sorgente inesauribile di ispirazione che era allora la penisola, l’idea di una Italia unita prende di nuovo corpo, soprattutto grazie all’azione di un altro Cesare: Cesare Borgia, il Principe che ha ispirato a Machiavelli, padre di una teoria politica sospesa tra le dimensioni di arte e scienza, il suo capolavoro. Ai decenni bui della controriforma, segue una fase di ripresa con l’esplosione culturale dell’Ottocento, che è tra l’altro il secolo in cui l’obiettivo della unificazione viene effettivamente conseguito.

Il Novecento è stato un secolo rivoluzionario rispetto alla concezione della politica e del ruolo dell’intellettuale nella società. Da due intellettuali antifascisti italiani nasce la grande visione che può ancora vederci protagonisti, quella di una federazione europea.

 

 

 

Un presente da reimmaginare

Tutto questo oggi sembra essere diventato un ricordo non nostro, una memoria antica che non viene difesa abbastanza, ma soprattutto che non viene praticata. L’Italia sta scivolando in un alone di irrilevanza internazionale assai incoerente con la sua posizione strategica. Le forze del governo pentaleghista non sono rappresentative del percorso storico e culturale degli Italiani. È un dato di fatto, che trascende completamente qualsiasi considerazione sul consenso elettorale. Questo esecutivo promuove politiche volte a chiudere le frontiere, mentre l’Italia è zona di frontiera, dialogo e contaminazione per eccellenza. Promuove inoltre politiche che rischiano di accentuare ogni tipo di diseguaglianze, a cominciare da quella tra Nord e Sud. Un secolo e mezzo fa l’unità nazionale ha costituito la più grande conquista dell’Italia moderna. Oggi invece lo stivale si divide drammaticamente nei grafici riassuntivi delle preferenze elettorali tra un Nord schierato con un partito che mal cela la sua originaria vocazione secessionista e un Sud provato dalla crisi e quindi sempre più propenso a rifugiarsi in movimenti antisistema.

La Lega Nord ha investito su quella parte dell’identità italiana che si fonda su sentimenti di paura, odio e chiusura, risvegliando le peggiori pulsioni dell’anima dei cittadini. Il Movimento 5 Stelle è colpevole di aver drammaticamente abbassato il livello del dibattito politico, contribuendo a privare il popolo italiano della tradizionale vocazione all’eccellenza che sembriamo aver dimenticato, e di aver alimentato fino all’esasperazione il conflitto tra piazza e istituzioni.

La proposta del reddito di cittadinanza merita poi un focus particolare. Circa la metà della popolazione si dice favorevole alla misura. Questo pone un tema enorme. Durante il dibattito costituente, dopo una lunga e meravigliosa mediazione, fu approvato l’emendamento Fanfani, decidendo di aprire la Costituzione con l’affermazione che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro. In una parola si intese sintetizzare gli elementi fondativi del nostro Paese: dalla dignità fino al pieno sviluppo della persona umana. Sono passati decenni da quella discussione e l’identità nazionale così definita dovrebbe essersi ormai affermata e attrezzata per individuare immediatamente quei soggetti politici che fanno proposte in palese contrasto con questa visione. Invece solo il 37% degli Italiani si dice contrario a una politica di ispirazione assistenzialista.

 

Articolo 1

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

 

Articolo 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

Il dato relativo al reddito di cittadinanza non è l’unico che dovrebbe farci riflettere. L’altro tema cruciale del dibattito politico odierno è quello dell’accoglienza dei migranti. A causa della miope sottoscrizione degli accordi di Dublino da parte dell’Italia, che risale ai tempi dei governi di centrodestra di cui faceva parte anche la Lega Nord, il Paese di primo approdo dei migranti è quello che deve processarne le richieste di asilo. Queste norme, elaborate pensando che il continente sarebbe stato prevalentemente interessato da flussi migratori provenienti da Est, oggi creano un clamoroso squilibrio di responsabilità tra gli Stati membri dell’Unione Europea. Invece di lavorare incessantemente per una riforma di tali accordi, il governo italiano ha scelto la linea della fermezza, utilizzando sempre più spesso migranti in pericolo di vita nel mezzo del Mediterraneo come ostaggi per ottenere promesse di ricollocamento (promesse spot, non politiche strutturali) da parte degli altri Paesi dell’UE.

Di fronte a questo, solo il 19% della popolazione di un Paese che nel secondo articolo della sua Costituzione riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e sancisce il dovere alla solidarietà si dichiara favorevole all’autorizzazione degli sbarchi per assicurare prima di tutto la salvezza a chi attraversa il nostro mare.

Forse, più che aprire un dibattito sull’introduzione delle ore obbligatorie di educazione civica nelle scuole secondarie di secondo grado, bisognerebbe riflettere sulla necessità di portare a pieno compimento il percorso di costruzione nazionale e poi avviare una rigenerazione completa del nostro sistema educativo, che al mero nozionismo preferisca l’inquadramento degli argomenti in un orizzonte ampio di senso capace di ridare significato e una specifica identità alla scuola italiana.

Urge quindi una riflessione valoriale profonda. Una immensa operazione di riconciliazione dell’Italia con la sua storia e il suo retaggio culturale, che non può andare disperso.

 

La potenza di un sogno: l’”intenzione alta” di Cesare Borgia

 

L’Italia è un Paese ricco di bellezza, creatività e coraggio. È anche il Paese dei Cesari, nonostante la nostra odierna incapacità di declinare nella direzione di un senso civico collettivo la nostra grandezza passata.

Non siamo nemmeno in grado di farci ispirare da figure a noi ben più vicine rispetto all’Impero romano. Figure come quella di Cesare Borgia, Principe di Romagna e Duca del Valentinois, condannato da un sommario processo storiografico prima che nel cinquecentenario della sua morte gli studi in materia conoscessero uno straordinario rilancio. Il Principe, seguito con attenzione nelle sue imprese nel centro-nord della penisola da Leonardo da Vinci e Niccolò Machiavelli, aveva intuito che l’unificazione nazionale sarebbe stata possibile se al contempo promossa da uno degli Stati italiani e appoggiata da almeno una potenza straniera (come sarà poi effettivamente nell’Ottocento). Era tre secoli in anticipo sulla storia e l’Italia spesso non perdona chi arriva primo. Egli è sepolto quasi per strada nella minuscola comunità di Viana, in Navarra, dove trovò la morte trafitto da 23 colpi di picca nel 1507 quasi alle Idi di marzo. Lì ancora espia la colpa di aver immaginato una storia diversa, in cui l’Italia sarebbe dovuta arrivare in tempo all’appuntamento con la costituzione dei grandi Stati nazionali europei, cessando di essere un insieme di piccoli staterelli in lotta tra loro. O forse paga la nostra colpa di non averlo capito o peggio di aver preteso di giudicare le sue azioni con le categorie dell’oggi. Abbiamo condannato a un esilio secolare un uomo che è stato spregiudicato come molti personaggi politici del suo tempo (molti dei quali esaltati oggi nei libri di storia), un giovane leader che aveva osato sognare un Paese unito. Ma poiché più la definizione della propria identità vacilla più la categoria del “diverso” da odiare si allarga, per tanti, anche nel Cinquecento, nonostante fosse nato a Roma e si fosse formato nell’istituto pisano fondato da Lorenzo il Magnifico, lui che aveva come mito il suo omonimo Giulio Cesare restava sempre e solo “il catalano”…

Riappropriarci di frammenti della nostra storia nazionale come questo, partendo dalla testimonianza dei protagonisti, è un passo importante verso la maturazione di un vero sentimento di appartenenza.

Magnifice  e prestantissime vir tanto me (h)e stata molesta et trista la novella della morte dela bona memoria del patre vostro che non ho havuto animo ne potere di scrivere consolazione alguna ala magnificentia vostra sì pel dolore … stimai …el…fratello ensieme con la magnificentia vostra de tanta factura pigliala como per lo amore et ala perfeta bona memoria de vostro patre io portava del quale non faceva altra stima que de pre…havendo cognosciuto nela sua magnificencia una grandissima e paternal benivolentia verso di me per la qual cosa non lodo la Magnificencia vostra ala quale con la perfetta signoria de monsignor nostro reverendissimo principalmente questo danno inestimabile ha respecto, ma ancora io e tutti quelli che lo cognoscevano fiano sforzati piangere e molto dolerse de haverlo perso in questo mundo. Ma como me ricordo dela singularità della vita de fede carità prudentia e iustitia e tutte le altre virtù che en alcuno homo se trovans considerando che è morto tanto religiosamente e cattolicamente lasciando in questo mondo gloriosa et mortal firma la sua anima otterrà vita eterna e sarà stata nei fatti in gloria collocata me pare dobbiamo ognuno la mestitia et dolore et allegrezza et consolazione e congratulare con lui per aver visto commutata la sua vita temporale caduca transitoria in vita eterna stabile e gloriosa e senza nulla molestie. Venerando la legge naturale che assurge l’altezza della bona memoria del vostro padre conformandola con la legge divina che è di fronte a tutti quanti che quelli che morono noi li perdiamo ma lì ottengono la fine di ogni dolore et mestitia et con la … consolete et alegrete et de me disponere et comandare come de un vostro fratello, ordenando delle cose et facultà mie como  dele vostre et feliciter valeat magnificentia vostra … xiii aprilis 1494—

(Lettera di condoglianze di Cesare Borgia a Piero de Medici per la scomparsa di Lorenzo il Magnifico, 1494)

 

Caesar Borgia de Francia Dei Gratia Dux Romandiole Valentieque, Princeps Hadrie, Dominus Plumbini etc. Ac Sancte Romane Ecclesie Confalonerius et Capitaneus Generalis.

Ad Tutti nostri Locotenenti, Castellani, Capitanii, Conducteri, Officiali, Soldati et Subditi; A li quali de questa peruerra notitia; Commettemo et Commandamo che al nostro Prestantissimo et Dilectissimo Familiare, Architecto et Ingengero Generale Leonardo Vinci dessa ostensore; el quale de nostra Commissione ha da considerare li Lochi et Forteze de li Stati nostri; Ad cio the secundo la loro exigentia et suo iudicio possiamo prouederli Debiano dare per tutto passo libero da qualunque publico pagamento per se, et li soi Amichevole recepto et lassarli uedere, mesurare, et bene extimare quanto uorra; Et ad questo effecto, Commandare homini ad sua requisitione, et prestarli qualunque adiuto adsistentia, et Fauore recercara, Volendo che dell opere da farse neli nostri Dominii Qualunque Ingengero sia astrecto conferire con lui, et con el parere suo conformarse; Ne de questo presuma alcuno fare lo contrario per quanto li sia charo non incorrere in la nostra Indignatione.

Datum Papie die Decimo octavo Augusti, Anno Domini Millesimo Quingentesimo Secundo; Ducatus Vero Nostri Romandiole Secundo.

(Lasciapassare redatto da Cesare Borgia in favore di Leonardo da Vinci, 1502)

 

Qui giace in poca terra

quel che tutta lo temeva,

quel che la pace e la guerra

nella sua mano teneva.

O tu che intendi cercare

cose degne di lodare,

se vuoi lodare il più degno

qui ferma il tuo cammino,

non ti curar d’andare oltre.

(Soria, Epitaffio inciso sulla tomba di Cesare Borgia, 1507)

 

De’ Principati nuovi, che con forze d’altri e per fortuna si acquistano.

[…]

Io voglio all’uno e all’altro di questi modi, circa il diventare Principe per virtù o per fortuna, addurre duoi esempi stati ne’ dì della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza, e Cesare Borgia. Francesco per li debiti mezzi, e con una sua gran virtù, di privato diventò Duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne. Dall’altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo Duca Valentino, acquistò lo Stato con la fortuna del Padre, e con quella lo perdette, non ostante che per lui si usasse ogni opera, e facessinsi tutte quelle cose che per un prudente e virtuoso uomo si dovevano fare, per mettere le radici sue in quelli Stati, che l’armi e fortuna di altri gli  aveva concessi. Perchè, come di sopra si disse, chi non fa i fondamenti prima, gli potrebbe con una gran virtù fare dipoi, ancorchè si faccino con disagio dell’architettore, e pericolo dello edificio. Se adunque si considererà tutti i progressi del Duca, si vedrà quanto lui avesse fatto gran fondamenti alla futura potenzia, li quali non giudico superfluo discorrere, perchè io non saprei quali precetti mi dare migliori ad un Principe nuovo, che lo esempio delle azioni sue; e se gli ordini suoi non gli giovarono, non fu sua colpa, perchè nacque da una strasordinaria ed estrema malignità di fortuna. Aveva Alessandro VI nel voler fare grande il Duca suo figliuolo assai difficultà presenti e future. Prima non vedeva via di poterlo fare Signore di alcuno Stato, che non fusse Stato di Chiesa; e sapeva che il Duca di Milano e i Viniziani non glielo consentirebbono, perchè Faenza e Rimino erano di già sotto la protezione de’ Viniziani. Vedeva, oltre a questo, le armi d’Italia, e quelle in spezie, di chi si fusse possuto servire, essere nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del Papa; e però non se ne poteva fidare, essendo tutte negli Orsini, e Colonnesi, e loro seguaci. Era adunque necessario che si turbassero quelli ordini, e disordinare gli Stati d’Italia, per potersi insignorire sicuramente di parte di quelli; il che gli fu facile; perchè trovò i Viniziani, che mossi da altre cagioni si erano volti a fare ripassare i Francesi in Italia; il che non solamente non contradisse, ma fece più facile con la risoluzione del matrimonio antico del Re Luigi. Passò adunque il Re in Italia con lo aiuto de’ Viniziani e consenso di Alessandro; nè prima fu in Milano, che il Papa ebbe da lui gente per l’impresa di Romagna, la quale gli fu consentita per la riputazione del Re.

 

[…]

Preso che ebbe il Duca la Romagna, trovandola essere stata comandata da Signori impotenti, quali piuttosto avevano spogliato i loro sudditi, che correttoli, e dato loro materia di disunione, che di unione; tantochè quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe, e di ogni altra sorte d’insolenza, giudicò necessario, a volerla ridurre pacifica ed obbediente al braccio regio, darli un buon governo. Però vi prepose messer Ramiro d’Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette pienissima potestà. Costui in breve tempo la ridusse pacifica e unita con grandissima riputazione. Dipoi giudicò il Duca non essere a proposito sì eccessiva autorità, perchè dubitava non diventasse odiosa; e preposevi un giudizio civile nel mezzo della provincia, con un presidente eccellentissimo, dove ogni città avea l’avvocato suo. E perchè cognosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare gli animi di quelli popoli, e guadagnarseli in tutto, volse mostrare che se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui, ma dall’acerba natura del ministro. E, preso sopra questo occasione, lo fece mettere una mattina in duo pezzi a Cesena in su la piazza con un pezzo di legno e un coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo rimanere soddisfatti e stupidi. Ma torniamo donde noi partimmo.

Dico, che trovandosi il Duca assai potente, ed in parte assicurato da’ presenti pericoli, per essersi armato a suo modo, ed avere in buona parte spente quelle armi che vicine lo potevano offendere, li restava, volendo procedere con l’acquisto, il respetto di Francia; perchè cognosceva che dal Re, il quale tardi si era avveduto dell’errore suo, non gli sarebbe sopportato. E cominciò per questo a cercare amicizie nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che fecero i Francesi verso il Regno di Napoli contro li Spagnuoli che assediavano Gaeta. E l’animo suo era di assicurarsi di loro; il che già saria presto riuscito, se Alessandro viveva. E questi furono i governi suoi circa le cose presenti. Ma quanto alle future egli aveva da dubitare; prima che un nuovo successore alla Chiesa non gli fusse amico, e cercasse torgli quello che Alessandro gli aveva dato; e pensò farlo in quattro modi. Primo, con ispegnere tutti i sangui di quelli Signori che egli aveva spogliato, per torre al Papa quelle occasioni. Secondo, con guadagnarsi tutti i gentiluomini di Roma per potere con quelli, come è detto, tenere il Papa in freno. Terzo, con ridurre il Collegio più suo che poteva. Quarto, con acquistare tanto imperio, avanti che il Papa morisse, che potesse per sè medesimo resistere a un primo impeto.

Di queste quattro cose alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre; la quarta aveva quasi per condotta. Perchè de’ Signori spogliati ne ammazzò quanti ne potè aggiugnere, e pochissimi si salvarono; i gentiluomini Romani si aveva guadagnato; e nel Collegio aveva grandissima parte. E quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare Signore di Toscana; e possedeva già Perugia e Piombino, e di Pisa aveva preso la protezione. E come non avesse dovuto avere rispetto a Francia (che non glie n’aveva ad aver più, per essere già i Francesi spogliati del Regno di Napoli dagli Spagnuoli, in forma che ciascun di loro era necessitato di comperare l’amicizia sua), saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de’ Fiorentini, e parte per paura; i Fiorentini non avevano rimedio; il che se li fusse riuscito, che gli riusciva l’anno medesimo che Alessandro morì, si acquistava tante forze e tanta riputazione, che per sè stesso si sarebbe retto, senza dipendere dalla fortuna o forza d’altri, ma solo dalla potenza e virtù sua. Ma Alessandro morì dopo cinque anni, che egli aveva incominciato a trarre fuora la spada. Lasciollo con lo Stato di Roma solamente assolidato, con tutti gli altri in aria, intra duoi potentissimi eserciti inimici, ammalato a morte. Ed era nel Duca tanta ferocia e tanta virtù, e si ben cognosceva come gli uomini s’abbino a guadagnare o perdere, e tanto erano validi i fondamenti che in sì poco tempo si aveva fatti, che se non avesse avuto quelli eserciti addosso, o fusse stato sano, arebbe retto ad ogni difficultà. E che li fondamenti suoi fussino buoni, si vide, che la Romagna l’aspettò più di un mese; in Roma, ancora che mezzo morto, stette sicuro; e benchè i Baglioni, Vitelli, e Orsini venissero in Roma, non ebbero seguito contro di lui. Potè fare, se non chi egli volle, almeno che non fusse Papa chi egli non voleva. Ma se nella morte di Alessandro fusse stato sano, ogni cosa gli era facile. Ed egli mi disse ne’ dì che fu creato Iulio II, che avea pensato a tutto quello che potesse nascere morendo il Padre, e a tutto aveva trovato rimedio, eccetto che non pensò mai in su la sua morte di stare ancora lui per morire. Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come io ho fatto, di proporlo ad imitare a tutti coloro, che per fortuna e con l’armi d’altri sono saliti all’imperio. Perchè egli avendo l’animo grande, e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimente; e solo si oppose alli suoi disegni la brevità della vita di Alessandro, e la sua infirmità.

 

Chi adunque giudica necessario nel suo Principato nuovo assicurarsi degl’inimici, guadagnarsi amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e riverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, e innovare con nuovi modi gli ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele, creare della nuova, mantenersi le amicizie de’ Re e delli Principi, in modo che ti abbino a beneficare con grazia, o ad offendere con rispetto, non può trovare più freschi esempi, che le azioni di costui.

[…]

(Niccolò Machiavelli, Il Principe, VII, 1507)

 


Io canterò l’italiche fatiche,
Seguìte già ne’ duo passati lustri
Sotto le stelle al suo bene inimiche.
Quanti alpestri sentier, quanti palustri
Narrerò io, di sangue e morti pieni,
Pe ’l variar de’ regni e stati illustri!
 

[…]

Ma quel ch’a molti molto più non piacque;
E vi fe’ disunir, fu quella scuola
Sotto ’l cui segno vostra Città giacque:
I’ dico di quel gran 
Savonarola,
Il quale afflato da virtù divina
Vi tenne involti con la sua parola.
Ma perchè molti temean la rovina
Veder de la lor patria a poco a poco
Sotto la sua profetica dottrina,
Non si trovava a riunirvi loco,
Se non cresceva, o se non era spento
Il suo lume divin con maggior fuoco.
Nè fu in quel tempo di minor momento
La morte del re Carlo, la qual fe’
Del regno ’l duca d’Orliens contento.
E perchè ’l Papa non potea per se
Medesmo far alcuna cosa magna,
Si rivolse a favor del nuovo Re.
Fece il divorzio, e diegli la Brettagna,
Ed all’incontro, il Re la Signoria
Li promise, e li Stati di Romagna.
Ed avendo Alessandro carestia
     Di chi tenesse la sua insegna eretta,
     Per la morte, e la rotta di Candìa,
Si volse al figlio, che seguia la setta
     De’ gran Chercuti, e da quei lo rimosse,
     Cambiandoli il cappello alla berretta.
In tanto il Vinizian con quelle posse
Della gente, che in Pisa avea ridotta,
Verso di voi la sua bandiera mosse;
Tal che successa del Conte la rotta
A Santo Regol, voi costretti fusti
Dar la mazza al Vitello, e la condotta.

 

[…]

Dove posasse il corso di una luna
     Senz’alcun frutto, che a principj forti
     S’oppose crudelmente la fortuna.
Lungo sarebbe narrar tutti i torti,
     Tutti gl’inganni corsi in quell’assedio,
     E tutti i cittadin per febbre morti.
E non veggendo all’acquisto rimedio
     Levaste il campo per fuggir l’affanno
     Di quella impresa e del Vitello il tedio.
Poco di poi, del ricevuto inganno
     Vi vendicaste assai, dando la morte
     A quel, che fu cagion di tanto danno.
Il Moro ancor non corse miglior sorte
     In questo tempo, perchè la Corona
     Di Francia gli era già sopra le porte.
Onde fuggì per salvar la persona,
     E Marco senza alcun ostacol messe
     Le ’nsegne in Ghiaradadda, ed in Cremona;
E per servar il Gallo le promesse
     Al papa, fu bisogno consentirli,
     Che il Valentin de le sue genti avesse.
El qual, sotto la insegna de’ tre Gigli
     D’Imola e di Furlì si fe Signore,
     E cavonne una donna co’ suoi figli.
E voi vi ritrovavi in gran timore,
     Per esser suti un po’ troppo infingardi
     A seguitare il Gallo vincitore.
Pur, dopo la vittoria co’ Lombardi
     Contento fu di accettarvi, non sanza
     Fatica e costo pel vostro esser tardi.
Nè fu appena ritornato in Franza,
     Che Milan richiamava Lodovico
     Per mantener la popolare usanza.

[…]

 

Nè anche ’l vostro stato ben potea
Deliberarsi, e mentre che fra dua
Del Re non ben contento si vivea,
El Duca Valentin le vele sua
Ridette ai venti e verso il mar di sopra
De la sua nave rivoltò la prua;
E con sua gente fe’ mirabil opra
Espugnando Faenza in tempo curto,
E mandando Romagna sottosopra.
Sendo da poi sopra Bologna surto
Con gran fatica la Sega sostenne
La violenza di sue genti e l’urto.
Partito quindi, in Toscana ne venne
Sè rivestendo de le vostre spoglie,
Mentre che ’l campo sopra ’l vostro tenne.
Onde che voi per fuggir tante doglie,
Come color che altro far non ponno,
Cedesti in qualche parte a le sue voglie;
E così le sue genti oltre passonno;
Ma nel passar piacque a chi Siena regge
Rinnovellar Piombin di nuovo donno.
A costor retro venne nuova gregge,
Che sopra ’l vostro stato pose ’l piede,
Non moderata da freno, o da legge.
Mandava questi el re contra l’erede
Di Fernandin, e perchè si fuggissi,
La metà di quel Regno a Spagna diede.
Tanto che Federigo dipartissi,
Visto de’ suoi la Capovana pruova,
E nelle man di Francia a metter gissi.
E perchè ’n questo tempo si ritruova
Roano in Lombardia, voi praticavi
Far col Re, per suo mezzo, lega nuova.

  

 […]

 

Onde che ’l Gallo si rivoltò verso
     Italia irato, come quel che brama
     Di riaver lo Stato, e l’onor perso.
E il Sir de la Tremaglia, uom di gran fama,
     Per vendicarlo, in queste parti corse
     A soccorrer Gaeta che lo chiama.
Nè molto innanzi le sue genti porse;
     Perchè Valenza, e il suo Padre mascagno
     Di seguitarlo li mettieno in forse.
Cercavan questi di nuovo compagno,
     Che desse lor delli altri Stati in preda,
     Non veggendo col Gallo più guadagno.
Voi per non esser del Valentin preda,
     Come eravate stati ciascun dì,
     E che e’ non fosse di Marzocco ereda,
Condotto avevi di Canne il Baglì
     Con cento lance, ed altra gente molta,
     Credendo star securi più così.
Con la qual gente la seconda volta,
     Faceste Pisa di speranza priva
     Di potersi goder la sua ricolta.
Mentre che la Tremoglia ne veniva,
     E che fra il Papa e Francia umor ascoso;
     E colera maligna ribolliva,
Malò Valenza, e per aver riposo
     Portato fu fra l’anime beate
     Lo spirto di Alessandro glorioso;
Del qual seguiro le sante pedate
     Tre sue familiari, e care ancelle,
     Lussuria, Simonìa e Crudeltate.
Ma come furo in Francia le novelle,
     Ascanio Sforza quella volpe astuta;
     Con parole soavi, ornate e belle,

 

A Roan persuase la venuta
D’Italia, promettendogli l’ammanto,
Che salir a’ cristian nel Cielo ajuta.
I Galli a Roma s’eran fermi intanto,
Nè passar volser l’onorato rio,
Mentre che vuoto stette il Seggio santo.
E così fu creato Papa Pio;
Ma pochi giorni stiè sotto a quel pondo,
Che gli avea posto in su le spalle Iddio.
Con gran concordia poi Giulio Secondo
Fu fatto portinar di Paradiso,
Per ristorar de’ suoi disagi il mondo.
Poichè Alessandro fu dal Cielo ucciso,
Lo stato del suo Duca di Valenza
In molte parti fu rotto, e diviso.
Baglion, Vitelli, Orsini, e la semenza
Di Monte Feltro in casa lor ne giro,
E Marco prese Rimino, e Faenza.
Insino in Roma il Valentin seguiro
E Baglion, e l’Orsin per darli guai,
E de le spoglie sue si rivestiro.
Giulio sol lo nutrì di speme assai,
E quel Duca in altrui trovar credette
Quella pietà, che non conobbe mai.
Ma poichè ad Ostia qualche giorno stette
Per dipartirsi, il Papa fe’ tornallo
In Roma, ed a sue genti a guardia ’l dette,
Intanto i Capitan del fiero Gallo,
Sopra la riva del Gariglian giunti
Facevan ogni forza per passallo.
Ed avendo in quel luogo invan consunti
Con gran disagio molti giorni, e notti,
Dal freddo afflitti, e da vergogna punti;

 

E non essendo insieme mai ridotti,
     Per varj luoghi, e in più parti dispersi,
     Dal tempo, e da’ nemici furon rotti.
Onde avendo l’onor, e i danar persi
     A Salsa, a Roma, e quivi tutto mesto
     Si dolse il Gallo de’ suoi casi avversi.
E parendo all’Ispano aver in questo
     Conflitto avuto le vittorie sue,
     Nè volendo giocar co’ Galli il resto,
Forse sperando ne la pace piue
     Fece fermar il bellico tumulto,
     E della tregua ben contento fue.
Nè voi teneste il valor vostro occulto.
     Ma d’arme più gagliarde vi vestisti,
     Per poter meglio opporvi a ogni insulto;
Nè dalle offese de’ Pisan partisti,
     Anzi toglieste lor le terze biade,
     E per mare, e per terra gli assalisti.
E perchè non temean le vostre spade,
     Voi vi sforzaste con varj disegni
     Rivolger Arno per diverse strade.
Or per disacerbar gli animi pregni
     Avete a ciaschedun le braccia aperte,
     Che a domandar perdon venir si degni.
Intanto il Papa, dopo molte offerte,
     Fe’ di Furlì e de la rocca acquisto,
     E Borgia si fuggì per vie coperte.
E benchè e’ fosse da Consalvo visto
     Con lieto volto, li pose la soma,
     Che meritava un ribellante a Cristo.
E per far ben tanta superbia doma,
     In Ispagna mandò legato e vinto
     Chi già fe’ tremar voi e pianger Roma.

   


 

(Niccolò Machiavelli, Decennale primo [1494-1504], 1509)

 

 

Ogni lettera di quel nome parla dell’anima vera dell’Italia. Ci racconta un patrimonio inestimabile che chiunque nasce, cresce o agogna a vivere qui ha in dote. Ci racconta quella nazione che possiamo essere, ma non riusciamo davvero a diventare, forse spaventati da quella grandezza che rimproveriamo a Stati vicini di desiderare da sempre con tanta brama.

COESIONE

EGUAGLIANZA

SOLIDARIETÀ’

ARMONIA

RINASCIMENTO

EUROPA

 

Il motto di Cesare Borgia era “O Cesare o nulla”. Scegliamo di essere Cesare. Scegliamo di essere noi stessi.

L’Italia nei secoli ha sviluppato una singolare capacità di creare ed esaltare leader, per poi distruggerli nel giro di una stagione.

Al leaderismo sfrenato dei nostri tempi, che si misura nel numero di visualizzazioni delle dirette social e di condivisioni degli articoli dei blog, dobbiamo contrapporre una vera cultura dei gruppi dirigenti e del bene comune. E dobbiamo resistere alla tentazione di farlo inseguendo solo le categorie del civismo: il nostro mondo ha un disperato bisogno di Politica. Occorre recuperare l’esemplarità delle leadership collettive come vettore per migliorare la società.

Nel nome della Libertà: due Paesi che hanno trovato nella fede nei propri patrimoni valoriali e nei gruppi dirigenti la strada per il successo

 

 

Negli Stati Uniti i leadership program sono tantissimi e sono tutti accomunati dalla promozione di uno specifico patrimonio valoriale, quello statunitense, ben definito dalla Dichiarazione di Indipendenza e dalla Costituzione. Tutti oltreoceano inseguono il sogno americano, fondato su vita, libertà e ricerca della felicità. Il leader negli USA è soprattutto colui che si occupa di difendere e promuovere questo sogno, perché più persone possibile possano viverlo e alimentare così la promessa americana. Anche su questo si basa uno dei sistemi democratici più solidi al mondo, che si è nutrito nel corso di secoli di gruppi dirigenti che stanno già diventando leggenda (pensiamo alla Camelot di kennediana memoria).

 

 

La Francia è in Europa lo Stato nazionale per eccellenza, nato e rafforzatosi anche e soprattutto grazie a una tradizione di grandi leader e delle loro “corti”, da Luigi XIV passando per Napoleone Bonaparte fino a Charles De Gaulle. Non c’è operazione più alta per un Presidente della Repubblica, di qualunque famiglia politica, che scegliere di inserirsi in tale solco. Questo non implica l’accettazione acritica di tutto ciò che questi grandi personaggi storici hanno fatto come scelte incorreggibili, ma la consapevolezza che ciò che li ha animati è un principio tutt’oggi vivo nell’anima dei Francesi: la volontà di conseguire la grandeur. Secondo i Francesi di ogni tempo, la Francia o guida o non è (qui sì, torna il motto aut Caesar aut nihil).

Il popolo francese è accomunato da un patrimonio valoriale di base che è inscalfibile perché su questo si basa la Repubblica. E ogni leader ha nella sua formazione e nella sua piattaforma politica i principi cardine di libertà, eguaglianza e fraternità. Si tratta dei tre valori che rappresentano la sintesi politica e filosofica individuata con la Rivoluzione, secondo la quale non ci può essere democrazia che non sia fondata al tempo stesso sulla libertà e dell’eguaglianza. La fraternità è il terzo pilastro: il garante, tutto francese, della concordia tra gli altri due valori. A una identità così ben definita si deve la primazia della Francia nella storia delle istituzioni, in quanto Stato in cui spesso i nuovi modelli di gestione del potere politico e amministrativo venivano sperimentati.

 

Una terra di pionieri

 

 

“Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, affermava Massimo d’Azeglio. E come possiamo fare gli Italiani se a fatica riusciamo a individuare tre valori che ci accomunano tutti? Nelle ore di storia ed educazione alla cittadinanza, che vanno necessariamente superate nella loro formulazione attuale, manca la domanda fondamentale: cosa mi rende Italiano? In cosa risiede la grande fortuna di esserlo? Quale sarà il contributo che potrò dare al mondo proprio perché sono nato o cresciuto qui, nel cuore del Mediterraneo, in una terra di pionieri e artisti? Passaggio successivo dovrebbe essere chiaramente quello di estendere il medesimo ragionamento all’Europa. Non si tratta di disperdere il senso di appartenenza a una realtà locale specifica, ma di valorizzarne il significato in un contesto più ampio.

Siamo un Paese che quando vede una nave della guardia costiera italiana che non può attraccare in un porto italiano per un ordine dato dal Ministro dell’Interno durante una diretta sui social non riesce a esprimere altro se non una manifestazione di protesta in loco con poche centinaia di persone e accetta che una delle maggiori forze politiche stabilisca tramite una votazione online se questo è o meno avvenuto per tutelare l’interesse nazionale.

 

Siamo un Paese che quando vede una nave della guardia costiera italiana che non può attraccare in un porto italiano per un ordine dato dal Ministro dell’Interno durante una diretta sui social, non riesce a esprimere altro se non una manifestazione di protesta in loco con poche centinaia di persone. E accetta anche che ci sia una forza politica che stabilisca tramite una votazione online se questo è o meno avvenuto per tutelare l’interesse nazionale.

Ogni volta che un Italiano arriva anche solo a pensare di lasciare affogare qualcuno nel Mediterraneo tradisce una storia millenaria, fatta di dialogo e accoglienza. Ci dimentichiamo insomma di guardare all’enorme specchio che abbiamo a disposizione, il nostro mare, per vedere cosa siamo diventati. La risposta è semplice: rischiamo di perderci, di diventare il nulla. Un nulla che potrebbe essere tutto. Un nulla che dispone di una bellezza senza pari al mondo. Un nulla in cui il genio italico ancora esiste e resiste, in attesa che arrivi il giorno in cui potrà mostrarsi di nuovo in tutta la sua forza e mettersi al servizio della comunità internazionale.

Il nostro Paese ha una storia in cui il talento dei singoli messo a disposizione della collettività ha consentito di conseguire la grandezza. Quale miglior modo quindi per ricostruire il nostro patrimonio valoriale se non quello di favorire la nascita di nuovi gruppi dirigenti? È nella creazione di nuove leadership squisitamente politiche e impregnate di valori la chiave di volta del nostro sistema.

 

L’Unione Europea: un sogno italiano

 

L’Unione Europea, la costruzione politica che ha portato la pace nel nostro continente dopo secoli di guerre, è in realtà un meraviglioso sogno italiano. Un sogno sognato al confino, a Ventotene, dagli antifascisti Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, come punta più alta di una Resistenza che è stata anche e soprattutto un movimento di pensiero. La proposta della federazione europea è la punta più alta delle riflessioni di quel movimento. Eppure la consapevolezza della genesi del sogno di Ventotene è ancora scarsa, paradossalmente anche in Italia.

Prima della CECA, prima del ragionamento di integrazione funzionale, c’è stato un orizzonte politico di ampio respiro, sintesi iniziale di un percorso di costruzione di identità europea cominciato secoli addietro.

La crisi sistemica iniziata nel 2008 ha mostrato tutte le contraddizioni di una Unione che sembra aver smarrito la sua intrinseca vocazione umanistica e solidale. Le spinte alla disgregazione sono dunque aumentate, in un percorso antistorico che non tiene conto del fatto che, come nel Rinascimento gli Stati regionali hanno dovuto cedere il passo agli Stati nazionali per far fronte alle sfide del mondo moderno, oggi gli Stati devono contribuire alla creazione di soggetti politici più vasti, più forti e dunque maggiormente capaci di essere protagonisti del mondo globale.

La generazione dei padri fondatori dell’Unione Europea (Schuman, Adenauer, De Gasperi) ha ora bisogno di eredi per non disperdere quella funzione generativa che la politica deve avere per non morire. È nella formazione di una nuova classe dirigente europea il passaggio cruciale per un processo rifondativo dell’Unione che ricarichi un processo di costruzione nazionale. Lo Stato federale è certamente il punto di arrivo di una elaborazione complessa che, partendo da un dato storico, passi per la presa di coscienza di una identità che si fonda sull’uomo, sui suoi diritti fondamentali e sulla sua capacità di essere solidale con i suoi simili.

 

Le parole

 

Esperimenti di formazione politica oggi vengono portati avanti coraggiosamente da alcune realtà virtuose. Ciò che manca è un metodo che renda gli aspiranti leader che scelgono di formarsi in Italia diversi dagli altri e capaci di dare un contributo alla partnership globale per lo sviluppo all’altezza della nostra storia e del ruolo che la geografia ci ha assegnato.

Forse bastano davvero sei parole per raccontare la grandezza passata e futura dell’Italia. Forse i Cesari hanno ancora qualcosa da insegnarci.

 

Coesione -> Nulla potrà essere fatto se non ci ricorderemo che l’Unità d’Italia ha rappresentato il punto di arrivo di un processo lungo, difficile, con tantissimi ostacoli e momenti di regressione. Un processo iniziato nel Medioevo con la consapevolezza dell’esistenza di una unità culturale portata alla luce in alcuni testi di Dante e Petrarca, proseguito nel Rinascimento, negli anni di Cesare Borgia, Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci, e conclusosi con le guerre di indipendenza all’esaurirsi del XIX secolo. Non è perseguendo avventure autonomiste antistoriche che si troverà una nuova strada per lo sviluppo del Paese, ma mediante una vera comprensione delle differenze territoriali dell’Italia, che possono davvero diventare la nostra prima fonte di ricchezza.

 

Eguaglianza -> Perché la valorizzazione delle differenze esistenti non diventa strumento di approfondimento delle diseguaglianze. L’Italia è stata grande tutte quelle volte in cui ha provato a non lasciare nessuno indietro. Senza eguaglianza dei punti di partenza una società è ingiusta e una società ingiusta non può essere coesa. La rivoluzione dell’ICT può essere uno straordinario strumento per la promozione di questo valore, se governata in modo corretto.

 

Solidarietà -> Siamo una penisola immersa nel Mediterraneo, la culla della civiltà, lo specchio nel quale dovremmo guardare per ritrovare noi stessi e il senso del nostro stare sulla Terra. Eppure è sempre meno sentita la consapevolezza di un patrimonio valoriale millenario che in quelle acque ha avuto origine e che abbiamo la responsabilità storica di portare avanti. Nel Mediterraneo l’accoglienza era un dovere sacro. L’Italia deve essere capofila di processi di costruzione di pace e di cooperazione internazionale allo sviluppo, così come deve essere all’avanguardia nell’elaborazione di strategie efficaci di gestione dei flussi e di integrazione.

 

Armonia -> Il patrimonio valoriale che abbiamo nel nostro DNA non nega le differenze personali, ideologiche, politiche, religiose e sociali di ognuno di noi. Ci dice però che nostro dovere è armonizzare tali differenze. In una Repubblica democratica questo vuol dire anche porre il rispetto reciproco e lo strumento del dialogo a fondamento di una convivenza civile.

 

Rinascimento -> Mezzo millennio fa nel nostro territorio ha avuto luogo un fenomeno unico nella storia: un intreccio di talenti artistici, visioni politiche e filosofie durato per più di un secolo che può essere definito come il trionfo del pensiero occidentale. Si tratta del Rinascimento, periodo del cui profondo significato dobbiamo riappropriarci in cui si afferma con forza un fondamentale tratto distintivo degli Italiani, ovvero la creatività, che investe e mette in relazione tra loro tutti gli ambiti della vita dell’uomo. È questo il tempo di un altro Cesare, Cesare Borgia, che intuisce la possibilità di costruire una unità politica degli Stati italiani. Il fallimento di quel progetto farà arrivare l’Italia in enorme ritardo rispetto agli altri Paesi nella costituzione di uno Stato nazionale.

 

Europa -> Noi però possiamo ancora arrivare puntuali al nostro appuntamento con la storia. Gli Stati Uniti d’Europa nascono dal sogno di un grande italiano, Altiero Spinelli. Un sogno sognato al confino e ancora troppo lontano dal realizzarsi, poiché non solo l’Europa che abbiamo contribuito a costruire dopo la guerra non è uno Stato federale, ma non incarna neanche quell’anima sociale che gli Italiani dovrebbero avere particolarmente a cuore. L’impegno dell’Italia per la piena realizzazione di quella che è la più importante eredità della Resistenza non può dipendere dalla forza di governo del momento.

 

Il metodo

 

Da qui la volontà di offrire a tutti coloro che intendono dar vita a un programma di leadership o a una scuola di formazione politica di portata nazionale e di lungo periodo un metodo di costruzione e promozione delle capacità dei leader che riparta da questi sei concetti e che tiri fuori il meglio dagli allievi (parafrasando il principio base della maieutica socratica). Leadership politica non intesa solo come vocazione ad assumere ruoli di responsabilità ai diversi livelli di governo, ma più in generale come capacità di portare il cambiamento nella società con un approccio politico, olistico, umanistico.

La politica non è una scienza esatta: a farla sono gli uomini e i moti dell’animo umano costituiscono una variabile imprevedibile. Per questo è fondamentale formare i leader innanzitutto come esseri umani dotati di un proprio patrimonio di valori e conoscenze, e poi come punti di riferimento ispirati e ispiranti per gli altri. Leader che non siano uomini soli al comando, ma pionieri tra pionieri: saranno gruppi di leader illuminati, esperti in campi differenti e capaci di cooperare e coordinarsi tra loro, a costruire un mondo più giusto, più sostenibile.

 

FASE 1

Prima di entrare nel merito delle politiche che possono essere disegnate da governanti lungimiranti, è necessario partire dallo sviluppo in ogni aspirante leader di una consapevolezza: chi, partendo dall’Italia, vuole praticare la leadership deve conoscere il patrimonio di cui è erede, in quale cornice la sua ideologia e la sua visione si collocheranno. Deve sapere in cosa il suo contributo alla comunità internazionale si caratterizzerà rispetto agli altri.

Per farlo occorre ripartire dalla storia. I giovani aspiranti leader hanno un bisogno disperato di essere ispirati e il passato della nostra penisola fornisce una gamma immensa di personalità e vicende affascinanti.

Qui occorre aprire una parentesi sulla scuola. La scuola italiana rischia di cedere alla tentazione del nozionismo esasperato e alla convinzione che educare alla tecnica sia più importante che educare alla bellezza. L’emozione e l’interesse, vettori principali dello sviluppo della natura umana, sono considerati di secondaria importanza, sacrificati sull’altare di programmi ministeriali che sfornano milioni di studenti incapaci di dire che cosa li rende Italiani oltre al documento che portano in tasca.

Si riscontra quasi una paura diffusa di raccontare chi ha avuto nella storia una connotazione eroica, nel senso di spinta innata a raggiungere un nuovo traguardo per l’umanità attraverso l’azione dei singoli orientata in senso collettivo.

 

FASE 2

Dopo aver fatto un quadro complessivo della storia italiana dal Medioevo (età in cui si comincia a parlare di Italia con cognizione di causa) in poi, il passo successivo è quindi scegliere dei modelli, recuperare l’esemplarità delle leadership. Scegliere delle figure da raccontare, da far sentire proprie, senza mai perdere di vista che stiamo parlando di esseri umani fallibili e figli del loro tempo. In questa fase non è necessario concentrare la propria attenzione su leadership politiche in senso stretto: è sufficiente individuare dei pionieri, persone che hanno rivoluzionato l’epoca o il campo in cui operavano.

Servono insomma figure nelle quali potersi immedesimare in tutto o in parte. In questo modo gli allievi saranno incoraggiati a individuare i propri punti di forza. Individueranno anche capacità che non appartengono ancora loro, ma che desidererebbero sviluppare.

 

FASE 3

Indispensabile è la definizione di uno spazio di azione. Gli allievi devono abituarsi a pensare in un contesto che sia come minimo nazionale. Non si tratta di annullare il valore dell’appartenenza territoriale, anzi: si tratta di valorizzarla. Ogni singolo territorio contribuisce alla meraviglia che un Paese, in quanto “unitas multiplex” (citando Edgar Morin), sa esprimere. Per un gruppo dirigente conoscere la sua terra, tutta la sua terra, è indispensabile. In questa fase occorre quindi promuovere il confronto tra gli allievi (peer learning), organizzando anche dei veri e propri talk in cui loro stessi raccontano la propria realtà territoriale, dalla politica all’arte passando per l’innovazione. Così si costruisce il senso di appartenenza a una nazione nel suo significato più alto e si preparano i futuri leader ad approcciare lo scenario politico globale forti della propria identità.

 

FASE 4

Solo a questo punto iniziano a entrare in gioco le politiche. Tuttavia la sfida non deve essere quella di settorializzare la fase in differenti ambiti di azione. Il filo conduttore deve risiedere nel più grande tema del nostro tempo: come costruire un sistema complesso di politiche che consenta di prendere il meglio dallo straordinario fenomeno della globalizzazione, ammortizzando l’effetto collaterale dell’esplosione delle diseguaglianze.

 

FASE 5

Fare questo vuol dire educare alla solidarietà come valore fondamentale dell’Italia. Politiche di questo tipo non verranno immaginate se non da gruppi dirigenti capaci di costruire ponti, dialogando in modo permanente con la società. La disintermediazione è una tentazione sbagliata, che non tiene conto della imponente sfida del nostro millennio di saper tenere insieme gli interessi di un impressionante numero di attori e mondi: mondo della formazione e della ricerca, sindacati, volontariato, mondo studentesco, mondo imprenditoriale, associazioni professionali, organizzazioni confessionali, associazionismo culturale. Conoscere come ciascuna di queste realtà opera e organizza la sua dialettica interna e imparare quali passaggi è necessario fare prima di elaborare una determinata policy è un fattore essenziale per gli aspiranti leader, che impareranno così anche a conoscere le tante e profonde ferite che solcano questo Paese meraviglioso. Simulare incontri e confronti, entrare a contatto con figure rappresentative di questi mondi, redigere policy paper (corredati da studi di fattibilità politica e tecnica e valutazioni di rischio) saranno gli strumenti fondamentali per portare a termine questa fase.

Armonizzare tutti questi dialoghi può essere l’embrione di un nuovo Rinascimento, che parta dall’Italia per essere ancora una volta offerto al mondo. Armonia è anche la capacità di tenere in vita delle reti, sia tra gli aspiranti leader che partecipano al programma sia tra loro e le tante realtà incontrate durante il percorso.

 

FASE 6

Allargare lo sguardo e guardare all’Europa come vera arena politica del terzo millennio, replicando tutti gli step precedenti a livello sovranazionale, costituirà la sesta e ultima fase del metodo. I gruppi dirigenti che si formeranno nelle organizzazioni che lo adotteranno saranno certamente i vettori per “fare gli Italiani”, ma avranno anche la responsabilità di riportare il nostro Paese a essere capofila nella costruzione di una Europa unita, solidale e forte.

 

 

A cura di Giulia Iacovelli

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