Smart working: una grande sfida per il Paese

Smart working: una grande sfida per il Paese

Negli ultimi tempi, lo smart working è divenuto l’epicentro del dibattito in ambito lavorativo.

La pandemia ha avuto quantomeno l’effetto positivo di portare a una decisiva presa di coscienza che lo smart esiste e può funzionare su larga scala, con notevoli benefici per l’ambiente, la qualità della vita delle persone, la stabilità affettiva ed emotiva.

Soprattutto, questa può essere una grande occasione per il Paese per aumentare la propria produttività e dare una svolta alla questione meridionale.

  1. Quali caratteristiche deve avere lo smart working per essere efficace?

Prima di parlare dei benefici che lo smart working può portare, è opportuno darne una definizione. Iniziamo dicendo che in Italia, ad oggi, a causa di una normativa colpevolmente lacunosa, si parla prevalentemente di telelavoro e non di vero e proprio SMW.

Infatti, se nel primo rimangono alcuni parametri “fissi”, come nel lavoro in sede (orari rigidi e prestabiliti, prevalenza nella valutazione delle ore effettuate sul risultato etc.), nel secondo, invece, questi dovrebbero venir meno, portando a una valutazione della prestazione sulla base di una serie di obiettivi e risultati ben definiti.

Chiaramente, lo stesso smart può essere implementato in modo efficace solo nei settori che, per il livello di dematerializzazione e/o tecnologico, consentono effettivamente al lavoratore di eseguire correttamente la propria prestazione ovunque lui voglia. Quindi, lo smart working trova terreno fertile soprattutto nel settore terziario.

Perché lo smart abbia benefici effettivi sulla società, quali, ad esempio, miglioramento complessivo della qualità della vita, rientro al sud, scelta del luogo di residenza in base al proprio stipendio, diminuzione del traffico, maggiore stabilità emotiva dei lavoratori, il lavoro agile deve essere consentito per il maggior numero di giorni consecutivi possibile.

La presenza in sede, che comunque deve essere prevista, deve essere organizzata a seconda delle esigenze dei lavoratori stessi. Chiedere loro una presenza, ad esempio, per due giorni alla settimana significa comunque costringerli a vivere nella stessa città dove è ubicata la sede stessa, genera traffico e inquinamento, impedisce soprattutto ai più giovani emigrati a Nord di tornare nel Mezzogiorno e di fare progetti a medio-lungo termine. Inficia anche la produttività, in quanto diminuisce la serenità del lavoratore.

Sul punto, appare necessario un intervento legislativo che faccia chiarezza su questi temi delicati e dia effettiva tutela ai lavoratori. Lo smart non deve più essere una gentile concessione delle dirigenze, ma un diritto del lavoratore.

  1. Lo smart working è una grande occasione per risolvere la questione meridionale?

In tutta Italia si parla dei giovani come la speranza per il futuro.

Al Sud, purtroppo, i giovani e la generazione che li ha preceduti sono stati la speranza mancata per la rinascita. Sono la generazione nomade, la generazione del “pacco da giù”, dello zaino e del trolley sempre pronti, dell’”università fuori”, del lavoro all’estero, al Nord e/o nelle grandi città. La speranza di altri, certo, ma non di quel Sud che li ha cresciuti.

A differenza delle generazioni precedenti, in cui l’emigrazione coinvolgeva soprattutto fasce della popolazione a basso tasso di scolarizzazione, negli ultimi anni si è assistito a un flusso migratorio radicalmente diverso, che ha coinvolto prevalentemente soggetti a elevato tasso di scolarizzazione e figure lavorative ad alto valore aggiunto, specie nelle professioni intellettuali.

Questo ha comportato non solo un ulteriore impoverimento economico del Sud, ma anche una sostanziale diminuzione del livello culturale e di spinta all’innovazione. In buona sostanza è venuta meno quella “massa critica” funzionale allo sviluppo non solo di un tessuto imprenditoriale florido, ma anche di un sostrato politico di base fatto di associazionismo, di laboratori di idee e di crescita. Ciò a vantaggio delle grandi città, specie di quelle settentrionali.

Uno smart working effettivo, consentirebbe a molti ragazzi di tornare a vivere al Sud, spendere lì le proprie risorse economiche e intellettuali e contribuire alla sua crescita, determinando una vera e propria rinascita economica, che non passi da aiuti a pioggia.

 

  1. I benefici dello smart working su ambiente e qualità della vita

Lo smart dovrebbe essere oggetto del desiderio non solo dei ragazzi desiderosi di tornare al Sud, ma anche di tutti coloro che abitano nelle grandi città. Spesso infatti le vediamo congestionate, piene di traffico, con gravi problemi di inquinamento e un costo della vita totalmente sproporzionato agli stipendi medi.

Anche le aziende ne traggono grande vantaggio. Potenziare fortemente lo smart working consentirebbe loro di aumentare la soddisfazione e la produttività dei lavoratori. Le imprese vedrebbero diminuire le proprie spese, atteso che, anche riconoscendo al lavoratore un piccolo contributo per le utenze, in ogni caso diminuirebbero i costi di gestione delle sedi, che, in città grandi, hanno parametri molto elevati in relazione al singolo mq. Il team working e il team building non ne risentirebbero: vi è molta più solidarietà tra i colleghi in smart che non quando si è in sede (dipenderà da una maggiore serenità?). Dal momento che in smart working ognuno sceglie l’ambiente più congeniale per ottenere i risultati migliori, anche la produttività e il livello di concentrazione aumentano.

Vi è poi la grande questione demografica. In Italia si fanno meno figli soprattutto perché i nostri giovani faticano a costruire una stabilità economica e familiare. Una redistribuzione di abitanti in favore del Sud e dei piccoli centri, dove le abitazioni costano meno e magari si può contare su di un welfare familiare, renderebbe la scelta di mettere al mondo dei figli sicuramente più semplice ed economicamente sostenibile. In aggiunta, i genitori in smart riescono a conciliare meglio i tempi vita-lavoro.

Sul fronte economico, molto importante è la vocazione turistica dell’Italia. Tantissimi vogliono visitarla e molti vorrebbero viverci. Come hanno fatto alcuni Paesi (Croazia e Bahamas su tutti), potremmo sfruttare il lavoro agile per destagionalizzare il turismo e favorire il più possibile tutti i lavoratori stranieri che vogliono trasferirsi in Italia, mantenendo la propria attuale occupazione in modalità smart working.

Redistribuire la ricchezza e il lavoro su tutto il territorio nazionale, consentendo anche di contrastare fenomeni di spopolamento in corso porterebbe, da un lato, a una rigenerazione di interi territori, dall’altro, alla diminuzione del rischio connesso alla concentrazione della maggior parte della ricchezza in una sola area del Paese.

Per fare tutto questo, però, serve coraggio.

Serve il coraggio di rivedere gli schemi produttivi delle aziende e di cambiare la mentalità dei loro leader. Serve il coraggio di incentivare le imprese a modernizzarsi e a mettere sempre al centro i diritti e il benessere del lavoratore. Serve il coraggio e la forza di investire in connettività, infrastrutture (soprattutto tecnologiche) e promozione del territorio. Serve il coraggio di legiferare e prendere decisioni capaci di guardare oltre l’emergenza contingente.

Ma è la nostra occasione. E dobbiamo essere coraggiosi, per far sì che la speranza divenga realtà e che il nostro Paese finalmente si modernizzi e diventi più equo, vivibile e funzionale.

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