Obiettivo 3: la condivisione del diritto alla salute, la via del nuovo millennio

Obiettivo 3: la condivisione del diritto alla salute, la via del nuovo millennio

Immaginare come si evolverà la medicina nei prossimi decenni è compito arduo. Immaginare come assicurare il benessere per tutti e in ogni età, anche alla luce delle nuove scoperte e dei nuovi pericoli del mondo globale, lo è ancora di più.

 

Ciò nonostante è essenziale riflettere su come il rapporto fra società civile e medicina possa e debba evolversi nei prossimi anni, anche alla luce della strada tracciata dall‘agenda 2030 delle Nazioni Unite che dedica un intero obbiettivo, il terzo, a questo tema.

 

Sanità e futuro: un esempio 

Partirei da un esempio concreto. In caso di arresto cardiaco, le linee guida IRC, Italian Resuscitation Council, indicano in 3 – 5 minuti il periodo di tempo ottimale in cui utilizzare il defibrillatore: in tal caso aumentano del 50/70% le possibilità di sopravvivenza dell’infortunato. Intanto, nelle aree urbane, i tempi di risposta dei servizi di emergenza urgenza sanitaria sono fissati per legge (D.P.R. del 27/03/1992) in massimo 8 minuti e nelle aree rurali aumentano ulteriormente. Non potendo pensare di diminuire in maniera significativa gli ottimi tempi di risposta del 118, solo la conoscenza diffusa delle manovre di primo soccorso e una presenza capillare dei defibrillatori automatici esterni (che necessiterebbe di un vero e proprio studio su dove e in che modo posizionarli, esattamente come i piani di protezione civile comunali), quindi, possono permettere di salvare vite.

 

Questo esempio è funzionale a cercare di indicare quella che deve essere la via: una cultura diffusa del benessere e della prevenzione, assunti a patrimonio condiviso e interiorizzato dalla comunità. L’attenzione alla salute deve essere parte integrante del percorso di formazione di ogni cittadino.

 

Agenda 2030, l’ONU e una nuova sfida 

Analizzando l’obbiettivo 3 dell’Agenda 2030, però, un fil rouge violento e disarmante accompagna la narrazione: le fasce benestanti risultano sempre e comunque più tutelate di quelle meno abbienti. I Paesi in via di sviluppo vivono una condizione che in Occidente è stata superata da decenni: la sanità e quindi il diritto alla vita non sono realmente un bene universale, ma continuano a essere prerogativa dei più ricchi.

 

Alcune domande

 

Come superare questo modello asimmetrico? Come portare il concetto di salute diffusa nella società? Come infrangere i muri che ancora oggi dividono il mondo?

 

La risposta probabilmente è la stessa sia a livello microscopico che macroscopico: tramite una rinnovata cultura di comunità, di interesse per il prossimo, sia esso un nostro concittadino o un abitante dello Stato più lontano. Quanti di noi si fermerebbero realmente a soccorrere una persona in arresto cardiaco? E quanti invece si preoccuperebbero di donare 10€ a un qualsiasi programma di vaccinazioni per un Paese in via di sviluppo? 

 

Una via possibile 

La salute e il benessere si possono raggiungere solo con una forte consapevolezza, che necessariamente deve passare da informazione, educazione permanente e superamento dell’individualismo culturale e sociale cui la nostra società è abituata. Una “globalizzazione del diritto alla salute” sarà una delle sfide più avvincenti del prossimo secolo.

 

Il dibattito è quanto mai aperto, il tema ha evidentemente anche importanti risvolti economici e la principale democrazia del mondo, gli Stati Uniti, è, a distanza di quasi un decennio dalla riforma sanitaria di Barack Obama, ancora divisa sul tema e i diversi tentavi del Presidente Trump di smontare il cosiddetto “Obamacare” (che, per quanto sia innovativo per gli USA, è in realtà ancora ben lontano dai modelli dei servizi sanitari europei) lo dimostrano.

 

Ma in una società individualistica, alla fine, a chi importa pagare più tasse per far sopravvivere il vicino in difficoltà?

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