Come e perché Israele torna al voto

Come e perché Israele torna al voto

“Questa è una notte di vittoria eccezionale. Eccezionale! – Già da stanotte ho aperto il dialogo con i partiti della destra, i nostri alleati naturali”, con queste parole di grande entusiasmo Benjamin Netanyahu aveva accolto la notizia del primo posto conquistato dal Likud, il partito conservatore di cui è leader, alle elezioni politiche che si sono svolte in Israele il 9 aprile 2019.

Da dicembre 2016 Netanyahu è oggetto di una lunga serie di inchieste per corruzione ed è stato coinvolto in una altrettanto lunga serie di scandali che hanno avuto come protagonisti figure a lui vicine, compresa sua moglie Sara condannata per malversazione a danno dello Stato, quindi aveva dato alle elezioni politiche il valore di un referendum sulla sua persona e sui 10 anni di governi da lui guidati. L’entusiasmo iniziale di Netanyahu per il primo posto, tuttavia, è stato raffreddato dalla realtà nel giro poche ore: l’attività del suo ultimo governo infatti era stata segnata da un alto tasso di litigiosità dovuta a numerosi punti di frizione tra i partner di maggioranza, tali da determinare la conclusione anzitempo della legislatura e la convocazione di elezioni anticipate.

Le elezioni non hanno sciolto i principali nodi di dissidio. In particolar modo, il partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu, guidato dall’ex Ministro della Difesa Avigdor Lieberman, ha posto come condizione per un accordo di coalizione l’approvazione di un disegno di legge per abolire l’esenzione dall’obbligo del servizio di leva di cui attualmente godono gli ebrei Haredi (ultra-ortodossi), comunità i cui interessi sono rappresentati in larga parte da due forze politiche, Shas e Giudaismo Unito nella Torah, indispensabili alla costruzione di una maggioranza di centrodestra. Tutte le forze politiche esterne alla coalizione che aveva sostenuto il governo Netanyahu nella scorsa legislatura hanno rifiutato di confrontarsi con il Primo Ministro uscente a causa dei suoi problemi giudiziari.

Preso atto dell’impossibilità di raggiungere un accordo, la Knesset (l’assemblea parlamentare monocamerale) ha esercitato il suo diritto di deliberare a maggioranza il suo stesso scioglimento e nuove elezioni sono state convocate per martedì 17 settembre 2019. La competizione elettorale si svolgerà in un sistema proporzionale con soglia di sbarramento del 3,25%.

Le forze politiche che si contendono il primo posto sono il Likud del premier uscente Benjamin Netanyahu, che alle elezioni di aprile aveva ottenuto il 26.5%, e l’alleanza Blu e Bianco guidata dal generale Benny Gantz, che aveva invece ottenuto 26.1%. Il Likud è un partito laico e conservatore, liberale in economia, sostenitore della separazione tra sfera religiosa e sfera pubblica ma legato alla tradizione ebraica e contrario alla nascita di uno Stato palestinese sovrano e totalmente indipendente. Il suo leader Benjamin Netanyahu negli anni ha abbandonato il tradizionale approccio bipartisan nelle relazioni con gli Stati Uniti, coltivando un rapporto speciale con il Partito Repubblicano e con il Presidente Donald Trump. Blu e Bianco invece è una coalizione laica, centrista e ispirata ai valori del liberalismo sociale. Tra le priorità della loro piattaforma programmatica c’è la revisione della legge voluta dal governo Netanyahu che definisce Israele “Stato-nazione degli ebrei”, al fine di renderla inclusiva di tutte le minoranze, l’introduzione del limite dei due mandati per il Primo Ministro, l’istituzione del matrimonio civile (inclusivo delle coppie dello stesso sesso) e il passaggio a una linea di politica economica keynesiana. Blu e Bianco sostiene il ritorno al tavolo delle trattative per il processo di pace ed è favorevole alla nascita di uno stato palestinese a quattro condizioni: alle forze armate israeliane deve essere consentito l’ingresso nei territori palestinesi in caso di minacce terroristiche, Gerusalemme non deve essere divisa e il suo intero territorio deve essere riconosciuto come capitale di Israele, la Valle del Giordano deve rimanere sotto il controllo israeliano e le autorità palestinesi devono rinunciare al ritorno dei loro connazionali attualmente rifugiati.

Oltre alle due principali forze politiche, dovrebbero superare la soglia di sbarramento altre 7 liste: la Lista Comune (stimata intorno al 10%), una coalizione di quattro partiti che rappresenta gli interessi della comunità arabo-israeliana, blocco dal quale per la prima volta sono arrivate diverse aperture all’ipotesi di sostenere un eventuale governo di centrosinistra guidato dal leader di Blu e Bianco Benny Gantz; Shas e Giudaismo Unito nella Torah (insieme stimati intorno al 10%), formazioni conservatrici che rappresentano gli interessi delle tre comunità di ebrei Haredi (ultra-ortodossi); Yamina (stimata intorno all’8%), coalizione di forze conservatrici e nazionaliste che sostengono la definizione di Israele come “Stato-nazione degli ebrei” e si oppongono alla nascita di uno stato palestinese ad ogni condizione; Yisrael Beiteinu (stimato intorno all’8%), partito laico e nazionalista che sostiene la libertà religiosa e il servizio di leva obbligatorio per tutti senza eccezioni, supporta gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi ma non si oppone alla nascita di uno stato palestinese a determinate condizioni e in accordo con i paesi confinanti; Labor-Ghesher (stimata intorno al 5%), coalizione laica, progressista e socialdemocratica che ha come punti centrali della sua piattaforma la difesa dei diritti umani e civili, un sistema di tassazione più progressivo, maggiori investimenti nel welfare pubblico e il perseguimento della soluzione dei due Stati; Unione Democratica (stimata intorno al 5%), coalizione laica, progressista, socialista, ambientalista e pacifista.

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