CRISTO SI È FERMATO AD EBOLI

CRISTO SI È FERMATO AD EBOLI

“Cristo si è fermato ad Eboli” può essere annoverato fra i classici della letteratura italiana del Novecento. Lontano dalla “sua” Aliano, Levi lo scrisse a Firenze e, precisamente, in una pensione di Piazza Pitti frequentata da scrittori e antifascisti, fra il Natale del 1943 e luglio del 1944. Nel romanzo, Levi, in prima persona, racconta l’impatto con la Basilicata: quel mondo arcaico e per lui inesistente fino al confino. L’umiltà e la dignità contadina, la società dei diseredati che si stagliano icasticamente fra gli agglomerati di case proiettati su precipizi franosi prende forza e vigore sin dalle prime pagine del libro. La malaria, la povertà, le faide di un potere avido, bramoso e miserabile permeano un racconto che sarà antesignano di un nuovo genere letterario e che tornerà a rispolverare e affrontare in modo nuovo la questione meridionale. Morte e superstizione animano la civiltà contadina che Carlo Levi descrive in modo minuzioso e pittoresco. Un teatro rituale immobile dove l’eco dell’industrializzazione tarda ad arrivare e che è lievemente scosso dell’emigrazione interna ma, per quanto immobile, indispensabile per dare voce alle più inspiegabili dinamiche umane. Un omaggio non scontato, che Levi regala alla “terra spoglia” tanto amata e che, ancora oggi, spiega i misteri di una provincia che, con fatica, è venuta fuori, o prova ancora a farlo, dall’isolamento e dal disconoscimento perpetrato dal centro. E, dunque, un consiglio di lettura per comprendere appieno fratture, ahinoi, ancora esistenti e contraddizioni antropologiche che sopravvivono allo scorrere nel tempo che ha mutato, invece, radicalmente la Lucania di Carlo Levi.

 

A cura di Cristiana Viola e Martina Gonnella

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