CARLO LEVI E LA BASILICATA

CARLO LEVI E LA BASILICATA

“E l’eternità individuale di questa vicenda, Lucania che è in ciascuno di noi, forza vitale pronta a diventare forma, vita, istituzioni, in lotta con le istituzioni paterne e padrone, e, nella loro pretesa di realtà esclusiva, passate e morte”. Carlo Levi è un cittadino del mondo: Torino, Parigi, Roma sono solo alcune delle città che lo hanno ospitato e formato, ma c’è un territorio lontano, oscuro e al tempo stesso magico, al quale sceglie di affidare un ruolo più importante nella sua vita. Quel territorio è la Lucania, terra di Grassano e di Aliano, i due borghi del suo confino che gli permetteranno di compiere un viaggio profondissimo e metafisico tra le lingue, le disgrazie, i miti, i furori e le disdette senza tempo e senza legge nel cui universo smarrirsi per poi trovare il senso autentico e genuino dell’esistenza umana. Non è un caso che in “Cristo si è fermato a Eboli” la descrizione di Matera passi per le parole della sorella: si tratta, per lui, di un viaggio totale, che permea la sua stessa storia, quella della sua famiglia, la storia di ogni persona che abbia a cuore le sorti dell’uomo, indipendentemente dalla sua provenienza e dalla sua estrazione sociale. È per questo che, giunto in “quell’agglomerato di case proiettato su precipizio franosi di argilla bianca, devastato dalla malaria, dalla povertà e dalle faide di un potere rapace” vi si immerge completamente, assorbendone le logiche e le verità, ben lontane da quelle offerte dalla civiltà di cui ha grande esperienza, e ne assume il linguaggio, come dimostra la scelta di rileggere il nome del borgo in cui ha scelto di essere sepolto utilizzando la pronuncia dura e nuova dei suoi cittadini: Gagliano, appunto. Sarà “Gagliano”, infatti, a tornargli alla mente anni dopo, a rivelargli qualcosa che la politica, i conflitti, le depressioni sociali hanno offuscato tragicamente. Il relativismo esistenziale, quella scuola di cui inconsapevolmente si era fatto portavoce con la sua stessa vita, trovava tra quelle case diroccate, tra quelle capre indemoniate e tra i mille volti della rassegnazione una concretezza che mai più avrebbe toccato in vita sua. Sarà sempre la Lucania che gli tornerà in mente quando, in Sicilia, incontrerà la madre di Salvatore Carnevale, Francesca, che non usa il linguaggio poetico delle mamme lucane, bensì “un linguaggio di rivendicazione, di oratoria, di discussione, un atto di accusa”. La Basilicata è infine la terra di Rocco Scotellaro, poeta contadino e popolare che sarà per lui un pargolo da accudire. Pubblicherà egli stesso nel 1953 “L’uva puttanella”, raccolta di poesie del giovanissimo Sindaco socialista di Tricarico, scomparso prematuramente a trent’anni, con una commossa prefazione.

 

A cura di Cristiana Viola e Martina Gonnella

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