La corsa al nuovo

La corsa al nuovo

Immaginate per un attimo di vivere in una delle periferie più degradate d’Italia. Ora immaginate invece di vivere nel centro di una metropoli, nella via più famosa o più alla moda. Al di là dei naturali risvolti economici, le differenze fra le due ipotesi sono così evidenti che non si saprebbe da dove iniziare: accesso ai servizi, tecnologie a disposizione, sicurezza personale, mezzi di trasporto, aspettative di vita…

Il patrimonio edilizio italiano, sviluppatosi in gran parte durante gli anni del boom economico, è frutto principalmente di speculazioni ed egoismi, caratterizzato in particolare al sud da una cultura del nuovo a tutti i costi che ha violentato e distrutto la storia delle nostre città, creando dei centri cittadini perlopiù intercambiabili fra loro, facendo perdere memoria dell’identità delle comunità e creando dei blocchi di cemento tutti più o meno uguali. Come se non bastasse, questo costruire vorace ha creato nel tempo innumerevoli problemi, basti pensare alla totale assenza di posti auto. E non finisce qui, infatti questo patrimonio è ormai concettualmente vecchio, con una bassa efficienza energetica, insicuro ed esposto a significativi rischi sismici e idrogeologici.

Fin qui tutto noto. Spesso infatti il dibattito si incentra sulla sicurezza delle abitazioni e sottolinea la necessità di costruire seguendo criteri antisismici o magari in zone idrogeologicamente sicure. Questo però non basta per definire una casa come “sicura”. La casa non è un castello isolato, i muri non sono dei bastioni medioevali. Le nostre abitazioni sono più simili a un alveare, popolato, frenetico, con continui scambi e interconnessioni tra le persone. In Italia a lungo questo concetto è stato sottovalutato: mentre si cercava di copiare il modello delle New Town inglesi, si distruggevano e ricostruivano i centri cittadini, si portavano famiglie povere dai centri storici ai “nuovi e scintillanti” quartieri periferici, non considerando l’impatto che questo aveva sui rapporti umani.

I quartieri nuovi, le nuove periferie nate negli anni ’50, ‘60 e ‘70, erano visti in questo modo: nuovi, belli e scintillanti. Ed effettivamente erano nuovi, forse scintillanti. Ma mai belli. Quei progetti fatti di gente sorridente e ragazzi sulle biciclette si sono presto trasformati in luoghi tristi, desolati e malfamati.

Così è accaduto che sono nate nuove periferie urbane, lontane dei centri città, ghetti collegati poco e male e senza servizi essenziali.

Sono nati così, specie nel centro sud e nelle vicinanze delle grandi città industriali, quartieri di cemento, con proporzioni poco umane (vialoni lunghi centinaia di metri, asserviti a una viabilità che continua a creare divisioni e spaccature nel tessuto urbano) e disegnata nelle “fredde” stanze di uno studio, prevedendo scenari di crescita demografica spesso non verificatisi e creando gravissimi problemi di ordine sociale, economico, gestionale.

Al sud più che al nord questi spazi lasciati vuoti, queste piazze di cemento, sono subito diventate zone dove la malavita è sempre più potente e ha imposto le proprie regole. Il risultato sono quartieri in cui lo Stato fatica ad arrivare, in cui le parrocchie e poche associazioni di volontari, per amore del proprio territorio, decidono fra mille difficoltà e rischiando ogni giorno in prima persona, di provarci.

Il rapporto fra urbanistica e tessuto sociale è molto più stretto di quanto si possa immaginare, si deve necessariamente intervenire dove possibile. La progettazione degli spazi pubblici deve obbligatoriamente partire da una profonda conoscenza del territorio, deve essere veramente partecipata e la partecipazione deve partire già in fase di ideazione dell’opera.

In pochi decenni rischiamo di avere un patrimonio edilizio vecchio, energeticamente poco efficiente, nato insieme a un’idea di città errata e ormai superata. È necessario interrogarsi a fondo, immaginando interventi urbanistici che possano permettere di eliminare alla radice gli errori del passato. In alcune città italiane questo processo di rigenerazione è già partito e sta avendo risultati eccezionali: speriamo che anche il resto del Paese segua questa strada.

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