Guida alle Midterm elections – Cosa c’è da sapere sull’appuntamento elettorale di novembre

Guida alle Midterm elections – Cosa c’è da sapere sull’appuntamento elettorale di novembre

Martedì 6 novembre si voterà per le midterm elections. Le elezioni di medio termine, politicamente parlando, rappresentano un importante metro di giudizio sull’operato del Presidente e storicamente sono sempre state vinte dal partito a lui avverso. In due sole occasioni il partito del Presidente ha vinto. Il primo caso ci porta al 1934, quando alla Casa Bianca c’era il democratico Franklin Delano Roosevelt, al primo dei suoi quattro mandati; il secondo si è verificato nel 2002, con George W. Bush. Una piccola menzione la merita la nottata elettorale del 1998 quando, durante la presidenza di Bill Clinton, i dem vinsero alla Camera e pareggiarono al Senato.

Come avviene ogni due anni, i 435 seggi della Camera dei rappresentanti verranno completamente rinnovati, mentre saranno 34 i seggi in gioco al Senato. Alla quasi totalità dei due rami del Parlamento, occorre aggiungere le 36 Gubernatorial, le elezioni dei governatori, al momento in maggioranza repubblicani. Il Grand Old Party ha attualmente la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Sono 25 i seggi di vantaggio alla Camera, mentre è solo uno il seggio di vantaggio al Senato, dopo la vittoria del democratico Doug Jones in Alabama.

Al Senato, la situazione di partenza è la seguente: i repubblicani difenderanno 8 seggi – Arizona, Mississippi, Nebraska, Nevada, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming –  i democratici 24 – California, Connecticut, Delaware, Florida, Hawaii, Indiana, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Minnesota-special, Missouri, Montana, New Jersey, New Mexico, New York, North Dakota, Ohio, Pennsylvania, Rhode Island, Virginia, Washington, West Virginia e Wisconsin. I restanti 2 seggi sono occupati dall’indipendente Angus King (Maine) e dal più famoso Bernie Sanders (Vermont), entrambi affiliati al caucus democratico.

Su 24 Stati i cui seggi sono attualmente rappresentati dai democratici, 10 sono stati vinti da Donald Trump nelle ultime presidenziali. Su tutti spiccano l’Indiana, Stato del Vicepresidente Mike Pence, e la West Virginia, lo Stato nel quale il Presidente ha l’indice di gradimento più alto. Al contrario, solo 1 degli 8 Stati i cui seggi sono rappresentati dai repubblicani è stato vinto da Hillary Clinton nel 2016, il Nevada. Tre sono i senatori che al momento si sono tirati fuori dalla corsa per la rielezione: Jeff Flake in Arizona, Orrin Hatch in Utah e Bob Corker in Tennessee. Tutti e tre repubblicani. Ben Cardin, senatore democratico per il Maryland, non ha ancora dichiarato di voler correre per la rielezione ma fonti vicine al suo staff affermano che sarà in campo un’ultima volta prima di andare in pensione. I sondaggi al momento non sono favorevolissimi per i democratici e rilevano come i repubblicani possano addirittura aumentare il loro vantaggio. Qualora i dem volessero tentare il colpo, dovrebbero non solo confermare i 26 seggi che attualmente controllano, ma anche strappare almeno 2 seggi al GOP. Nevada e Arizona sono quelli più in bilico.

La situazione è diversa per quanto riguarda la Camera. Il GOP, capitanato dallo Speaker Paul Ryan, conta 238 seggi, i dem 193. Quattro sono i seggi vacanti nei quali si voterà prima del 6 novembre. Per ribaltare la situazione, ai democratici servono 26 distretti federali. Nancy Pelosi, leader dei democratici alla Camera ha da tempo iniziato la campagna elettorale, specialmente dopo le vittorie democratiche durante l’election night del 2017. I sondaggi, al contrario di quelli per il Senato, premiano i democratici.

Su 49 deputati che al momento hanno dichiarato di non voler correre per la rielezione, ben 34 sono repubblicani. Perdite ingenti per i repubblicani si registrano anche in Stati conservatori come il Texas, oltre che in più famosi swing States come la Pennsylvania e l’Ohio. Due collegi distrettuali della California meritano una riflessione ulteriore. Qui, dopo il ritiro dei rappresentanti repubblicani, i sondaggi hanno visto un recupero dei democratici fino alla perfetta parità in vista delle primarie. Ai 435 rappresentanti si dovranno aggiungere anche 5 non-voting delegates, vale a dire i rappresentanti di territori facenti parte gli Stati Uniti che non hanno il diritto di voto nelle assemblee legislative.

Infine si voterà, come anticipato, anche per le 36 Gubernatorial elections. Ben 26 Stati sono attualmente in mano repubblicana, più l’Alaska dove il governatore Bill Walker corre come indipendente, mentre solo 9 Stati sono governati dai democratici. Qui, al contrario del Senato, 7 Stati nei quali governano i repubblicani – Maine, Maryland, Massachusetts, Nevada, New Hampshire, New Mexico e Vermont – sono stati vinti da Hillary Clinton nel 2016, mentre nella sola Pennsylvania il democratico Tom Wolf dovrà cercare la rielezione dopo la vittoria di Trump. Come per la Camera, anche qui i sondaggi premiano i democratici. A questi 36 Stati, come per la Camera, occorre aggiungere tre elezioni in altrettanti territori – Guam, Northern Mariana Islands e U.S. Virginia Islands – che non rientrano nel computo dei 50 Stati federali.

Il 6 novembre inoltre, si voterà a livello federale in 87 legislative elections e per le elezioni dei sindaci. Fra le città più importanti abbiamo la capitale, Washington D.C., San Francisco e Phoenix.

Ad oggi, dalla Casa Bianca non sono arrivate dichiarazioni in vista delle midterm. È vero che ancora devono iniziare le primarie nei vari Stati, ma è ancora più vero che il 6 novembre è in gioco l’intera agenda politica di Donald Trump: dall’abolizione dell’Obamacare all’accordo sull’immigrazione.

 

AUTORE: Salvatore Stanizzi

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