Mario Cuomo, icona progressista tra sogno e concretezza

Mario Cuomo, icona progressista tra sogno e concretezza

“Crediamo in un governo abbastanza forte da utilizzare parole come ‘amore’ e ‘compassione’ e abbastanza intelligente da tradurre le nostre più nobili aspirazioni in realtà pratiche.”

Era il 16 Luglio 1984 quando Mario Cuomo, Governatore dello stato di New York, pronunciava queste parole alla convention democratica di San Francisco, nel keynote speech a sostegno della candidatura di Walter Mondale che lo ha consacrato icona del progressismo americano contemporaneo.

La costante e armoniosa tensione tra sogno e concretezza lo ha accompagnato nella vita sin dalla sua infanzia a South Jamaica, quartiere popolare del Queens a ridosso dei cantieri del JFK dove i suoi genitori, entrambi immigrati dalla Campania, possedevano un’attività commerciale. La passione e il talento per il baseball gli consentirono di essere ammesso alla St. John’s University, un ateneo privato minore dove dopo un grave infortunio e la conseguente rinuncia alla carriera sportiva ha conseguito la laurea in legge. Nonostante il suo brillante curriculum universitario, prima di essere assunto in un piccolo studio di Brooklyn, fu rifiutato più volte da molti studi legali a causa del pregiudizio molto diffuso negli anni ’50 nei confronti degli italo-americani. Grazie a una discreta fama costruita nel suo percorso di avvocato negli anni ’60, nei primi anni ’70 iniziò lentamente a dedicarsi alla politica e nel 1975 fu nominato Segretario di Stato di New York dal Governatore Carey. La popolarità di Cuomo spinse due anni dopo lo stesso Governatore a chiedergli di candidarsi alle primarie democratiche per la scelta del candidato Sindaco di New York City, ma venne sconfitto per dieci mila voti dallo storico rivale Ed Koch.

Nel 1978 viene eletto Vice Governatore dello stato di New York e nel 1982 Governatore.

Al momento dell’elezione a Governatore, Mario Cuomo aveva già una solida reputazione di difensore dei diritti e delle libertà civili, di paladino della lotta alle diseguaglianze e alle discriminazioni. Tra le altre cose, già dagli anni ’60 era stato uno strenuo oppositore della pena di morte e, nonostante la sua fede cattolica, sostenitore della decriminalizzazione dell’aborto e della libertà di scelta della donna. Ma come lui stesso ha affermato in un’intervista a New Republic nel 1985, ‘si fa campagna in poesia e si governa in prosa’. E quindi negli anni successivi ha costruito con grande passione un’alternativa non solo ideale ma di governo alla filosofia del Presidente Ronald Reagan, il ‘progressismo pragmatico’. Già durante il suo primo mandato lo stato di New York raggiunse il pareggio di bilancio attraverso una riforma fiscale fortemente progressiva, nonostante gli ingenti investimenti nella modernizzazione delle infrastrutture, nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione pubblica. Tra i primi politici alleati della comunità LGBT, nel 1983 affrontò pubblicamente il tema della discriminazione per orientamento sessuale e varò a metà degli anni Ottanta il più importante piano di contrasto all’AIDS di tutti gli Stati Uniti, in una fase in cui la diffusa omofobia spesso impediva ai rappresentanti delle istituzioni anche solo di citare in pubblico la malattia. Consapevole per diretta esperienza personale della pervasività dei pregiudizi negli uffici pubblici e nei tribunali, nominò nel corso del suo mandato il primo giudice afro-americano, il primo ispanico e le prime due donne nella Corte d’Appello di New York.

Considerato un naturale candidato alla Presidenza degli Stati Uniti nel 1988 e nel 1992, in entrambe le occasioni per motivi contingenti diversi all’ultimo si tirò indietro, preferendo completare il mandato da Governatore. D’altronde una persona come lui, così profondamente newyorkese, probabilmente si sarebbe sentita fuori posto da qualsiasi altra parte.

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