Per un salario minimo nazionale

Per un salario minimo nazionale
I governi del PD hanno trovato un Paese in recessione e lo lasciano in ripresa. Il mercato del lavoro è cambiato molto negli ultimi 15 anni ed è per questo che si è cercato di intervenire con misure efficaci tra cui l’introduzione della NASPI e l’estensione di diritti a nuove categorie di lavoratori. Il quadro normativo resta però incompleto, perché, oltre alla riforma dei meccanismi di collocamento e di re-inserimento, è urgente l’introduzione di un salario minimo nazionale per tutelare i lavoratori esclusi dai contratti nazionali collettivi.
La percentuale dei cosiddetti “working poors” sta purtroppo crescendo in molte economie avanzate ed è una delle cause principali dell’aumento delle diseguaglianze. In Italia oltre il 10% dei lavoratori è a rischio povertà, soprattutto nel settore tessile, alberghiero e agricolo, con salari ancora più bassi per i lavoratori con contratto a tempo determinato, per i giovani e per i lavoratori immigrati.
Un salario minimo nazionale è uno strumento per proteggere i lavoratori non coperti dai minimi dei contratti collettivi nazionali (CCN), cioè circa il 20% del totale (i CCN coprono direttamente il 60% dei lavoratori e, grazie all’articolo 36 della Costituzione, un altro 20% per estensione, secondo dati ISTAT). Introdurre un salario minimo, e non un reddito minimo, significa anche intervenire sulla dignità del lavoro, rilanciandolo come valore fondante della Repubblica perfino oltre le ragioni di equità.
Un salario minimo rappresenta il segnale che l’Italia vuole ripartire, accettando la sfida della produttività, investendo sulla propria forza lavoro e non rassegnandosi alla via della svalutazione interna e della compressione salariale. In questo modo si cerca di rilanciare l’occupazione grazie ai maggiori incentivi della partecipazione al mercato del lavoro e ci si muove verso un modello di concertazione decentralizzata, che deve rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori, a partire dalle categorie più vulnerabili, che non hanno una reale tutela sindacale (precari, giovani e immigrati).
Siamo convinti dell’importanza di questa misura ed esprimiamo soddisfazione per la posizione in materia del Partito Democratico. Serve un intervento serio, eventualmente anche con dei calmieramenti: il salario minimo nazionale deve essere proporzionato alla produttività e, quindi, né così basso da non essere un vero sostegno ai salari, né tanto alto da aumentare il lavoro nero, un ricorso a false partite IVA o costituire un peso eccessivo per le aziende. Al lavoro!

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