“Bonus cultura, il piccolo investimento che può fare la differenza”

“Bonus cultura, il piccolo investimento che può fare la differenza”

Dallo scorso 19 settembre anche i ragazzi che compiranno diciotto anni nel 2018 potranno iscriversi a 18app, una piattaforma che permetterà loro di usufruire del bonus cultura. Si tratta di 500 euro per libri, rappresentazioni teatrali, mostre, proiezioni cinematografiche e non solo: è questa la cifra che i giovani studenti avranno a disposizione, la stessa di cui hanno usufruito e possono usufruire fino a dicembre i ragazzi nati nel ’98 che abbiano effettuato l’iscrizione alla piattaforma entro il 30 giugno scorso. Tante novità, inoltre, per una misura importante, in merito alla quale non sono mancate critiche sia prima che dopo la sua entrata in vigore, sebbene nel 2017 si stia registrando un aumento di iscrizioni pari al 43%. Dalla creazione di 18app circa 351mila studenti hanno riempito i propri scaffali di volumi nuovi o impiegato le loro serate al cinema o in una galleria grazie a un inedito investimento che la Legge di Bilancio ha previsto per loro. Al suo secondo giro, il bonus si arricchisce di nuove opportunità, come corsi di teatro, di musica, di lingua straniera e acquisto di musica anche in formato digitale. Un buon punto di partenza, insomma, per un percorso che può avere l’ambizione di cambiare le abitudini delle nuove generazioni, dando un contributo concreto alla formazione dell’unico bagaglio che non corre mai il rischio di essere troppo pieno. Come d’abitudine, non mancano però gli eterni insoddisfatti secondo i quali gli effetti del bonus cultura non sono sufficientemente positivi. Sarà bizzarro il gioco di parole, ma si potrebbe definire, questa, una questione culturale. È una questione culturale, infatti, l’esigenza sfrenata di ottenere tutto nell’immediato: informazioni, dati, oggetti, risultati, con la conseguente pretesa di dover calcolare l’efficacia del prodotto o del servizio in base alla fruizione, più che alla qualità effettiva. È una questione culturale la progressiva estinzione della pazienza e del gusto della scoperta, del piacere dell’attesa e del complicato instaurarsi delle relazioni. Divoriamo recensioni di hotel, ristoranti, film e libri, credendo che questo basti a renderci esperti di tutto e dimenticando spesso di concederci il lusso di approfondire. È per questo che i “soli” 170 milioni di euro spesi dai giovani in cultura sembrano cifre morte sul registro di un qualsiasi contabile. Eppure, quel denaro ha un valore difficile da tradurre in cifre. Si tratta, infatti, di uno strumento che permette un supplemento di approfondimento, per qualcuno difficile da ottenere altrimenti. Una sorta di incentivo a un orientamento autonomo che stimoli la creatività e la scoperta di sé stessi attraverso un’ampia gamma di scelte. Si tratta, soprattutto, di una misura doverosa per riportare la cultura al centro dell’agenda politica, come della quotidianità di chi muove i primi passi da cittadino del mondo, un’opportunità per aprire finestre sconosciute e scegliere chi essere sul palcoscenico del futuro. E non è affatto deludente immaginare che, da Nord a Sud del Paese, passando per le isole, mentre qualcuno sfoglia attento “Il Gattopardo”, qualcun altro cerchi di risolvere gli affascinanti enigmi nascosti dietro le opere di Duchamp, che mentre qualcuno si avventura nel misterioso mondo della poesia leggendo Puškin, qualcun altro si innamori sulle note di Brunori.

 

 

 

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