Dalla Dichiarazione di Firenze all’Europa. La cultura come strumento d’integrazione

Dalla Dichiarazione di Firenze all’Europa. La cultura come strumento d’integrazione

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Lo sguardo già oltre lo Stretto che, attraversato, avrebbe consegnato all’eterna condanna l’eroe multiforme affamato di conoscenza. Quella conoscenza che segna la rotta del viaggio per antonomasia, oltre il limite delle Colonne d’Ercole, oltre il limite della natura umana. Non è forse la cultura a permettere di trascendere la finitezza dell’uomo e colmare quello spazio di dissonanza tra corpo e intelletto? Fernando Pessoa affermava che «l’arte è la dimostrazione che la vita non basta» ma è certamente provato, se non altro dalla storia, che l’uomo è per indole portato a cercare un appiglio nell’oltre. Un appiglio innanzi tutto filosofico, artistico, spirituale. Non c’è cultura nello spazio ristretto della propria individualità, quella che conquista terreno al ritmo di marcia dei nazionalismi e si infila nei pertugi di un sentimento di paura, figlio di una globalizzazione che probabilmente non ha ancora imparato a fare della cultura il proprio fondamentale strumento di dialogo. E mentre nuovi muri continuano ad ergersi lungo frontiere più o meno lontane, questa volta tocca a noi italiani essere dall’altra parte della barricata.

Il primo G7 della Cultura consegna al mondo un documento importante, la Dichiarazione di Firenze che sancisce il desiderio e l’impegno dei Paesi rappresentati al vertice per una sempre maggiore tutela del patrimonio mondiale e per la valorizzazione della cultura, concetto sviscerato nel profondo dagli esperti che durante la mattinata del secondo e ultimo giorno del summit hanno preso parte alla Talk Session conclusiva. La parola passa da uno all’altro e, quasi come in un flusso di coscienza, senza soluzione di continuità assume accezioni, contenuti e declinazioni tanto diversi quanto complementari. Dall’architettura al teatro, dalla musica alla letteratura, il concetto di cultura si rivela inafferrabile anche all’intelletto stesso che l’ha concepito.

Un elenco caratterizzato da una vasta ricchezza di fenomeni identitari e la vita dinamica degli stessi che dell’elenco ridisegna quotidianamente i confini, secondo Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia, la cultura è soltanto parziale se sconnessa dalle manifestazioni contemporanee dell’arte. E’ apertura, intesa come dilatazione della mente, al punto da risvegliare il desiderio che, a partire dal reciproco riconoscimento della dignità di ogni Paese, consente a un dialogo costruttivo di instaurarsi nella varietà delle componenti che di quel patrimonio mondiale costituiscono le fondamenta. Inconcepibilmente chiusa «in un mondo del quale ci sentiamo il centro» per il Direttore e Ceo del Canada Council for the Arts, Simon Brault, la cultura vede la sua cifra nella complessità che attraverso l’interazione e la contaminazione trova la sua più elevata forma di equilibrio fondata sul rifiuto di barriere geografiche e disciplinari, schemi precostituiti e gerarchie di ogni sorta. Esigenza, questa, che si dimostra confermata dal sempre più frequente tentativo di portare l’arte fuori dai suoi luoghi tradizionali, dai musei, dalle gallerie, dai teatri, dalle località in cui si origina, verso destinazioni geografiche nuove, perché dalla percezione e dal sentimento proprio di altre culture derivino nuove interpretazioni e manifestazioni artistiche, o nei luoghi della vita quotidiana come le piazze, le scuole o, addirittura, i supermercati, come propone Serge Lasvignes, Presidente del Centro Nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou. Un ponte, questo, verso la società civile che fa del processo di democratizzazione un mezzo fondamentale per riportare al centro le persone e predisporle ad uno scambio diretto e costruttivo con l’arte, più alta forma di tutela del bagaglio storico e culturale di ognuno di noi ma, per la sua naturale fragilità, bisognosa di tutela dal tempo e dalle crudeltà umane. Ferma l’importanza degli obiettivi, infatti, «il vero slancio viene dai processi che nella società si innescano» afferma la Sovrintendente del teatro Maxim Gorki.

Mantenendo il focus sull’Europa, dall’Italia al Regno Unito, dalla Francia alla Germania, i luoghi della cultura devono riaffermarsi come centri di democrazia e libertà, nei quali la valorizzazione delle singole identità metta in luce le convergenze naturali che, prima ancora dell’Europa unita, avevano reso il continente culla di civiltà e bellezza, cultura e progresso scientifico. Il tessuto di sensibilità e reciproco riconoscimento proprio dei Grand Tour, lo spiccato senso di compenetrazione tra culture che di un movimento artistico faceva espressione compiuta tra varie discipline e realtà storico-sociali, le più creative risposte alle trasformazioni, spesso tragiche, della dimensione socio-politica raccontate dal variegato volto delle città che vedono decorazioni Liberty cedere il passo ad ori e luci e poi, ancora, all’essenzialità e al minimalismo di un arte perfettamente calata nel tempo corrente, sono solo alcuni degli elementi dai quali un primo embrione di identità e cultura europea ha visto la luce. Ed è da qui che bisogna ripartire per non lasciare campo libero alle deformazioni concettuali dei populismi, alle facili conclusioni di slogan che proprio dai giovani cittadini europei devono essere smentiti.

E’ per questo che in FutureDem vedo una risorsa, un’opportunità imperdibile per invertire la rotta e realizzare una rivoluzione culturale, unico strumento in grado di contrastare le forze disgregatrici del nostro tempo. Attraverso un dibattito che metta al centro l’Europa e, anzi, in essa sia immerso possiamo farci promotori di una rieducazione che permetta di scoprire le potenzialità della nostra Unione, coniugandole con le domande che l’evoluzione ci pone, per trovare una risposta efficace alla crisi di valori che in maniera sempre nuova investe la società. La distanza che le pressioni antieuropeiste marcano tra la società e le istituzioni europee non può che essere ridotta dall’incontro tra l’impegno nell’elaborazione di idee e proposte per le quali FutureDem faccia da incubatore e veicolo e l’attività concreta delle istituzioni stesse, perché il senso di appartenenza e di cittadinanza europea si generi dal basso, dalla partecipazione ad un dialogo prima di tutto culturale. Nell’era in cui la rivoluzione digitale plasma in modo crescente i rapporti, abbiamo il compito di promuovere un uso cosciente degli strumenti a nostra disposizione perché non siano mezzi di discordia, ma di costruzione di ponti verso una sempre più forte integrazione. Dobbiamo dare alla società un impulso verso mete sempre più ambiziose, verso una primavera culturale che investa il pensiero e, attraverso una sintesi costruttiva e inclusiva, faccia germogliare sempre nuove connessioni, arricchendo il patrimonio culturale universale. Momenti di formazione, promozione dell’incontro e del confronto sui temi che ci stanno più a cuore per contribuire a colmare le lacune che il processo di integrazione presenta ancora sono i punti fermi della nostra attività per contribuire a realizzare un’Europa nella quale tutti, finalmente, si sentano a casa.

Da “Democratica

2 Aprile 2017

https://www.democratica.com/opinioni/dalla-dichiarazione-di-firenze-alleuropa-la-cultura-come-strumento-dintegrazione/

 

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