Brexit day, ricominciamo dall’Europa

Brexit day, ricominciamo dall’Europa

Oggi il governo di Teresa May invocherà l’articolo 50 che segnerà l’inizio del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea dopo 44 anni di permanenza. Per gli italiani e gli altri europei residenti nel Regno Unito inizia un periodo di grande incertezza. Molti di noi si sono stabiliti qui spesso attirati dalle varie possibilità di studio o di carriera, ma anche dal desiderio di vivere in una delle città più cool dell’Unione Europea.

Brexit, un prodotto del disagio sociale

Oggi invece i giorni migliori del Regno Unito aperto, cosmopolita, per-globale che conosciamo sembrano passati per sempre. Negli ultimi sei mesi il numero di europei nel Regno Unito è cominciato a calare per la prima volta dopo decenni mentre è sempre più difficile ottenere il certificato di residenza permanente.

Brexit è sicuramente il prodotto di un disagio sociale che vede l’immigrazione come una minaccia. Rappresenta la vendetta di quella parte del Regno Unito che non ha beneficiato dell’apertura del paese di questi ultimi decenni. E più facile incolpare gli stranieri per le lunghe attese all’NHS (il sistema sanitario nazionale, che fa acqua da tutte le parti) o per gli asili nido, piuttosto che chiedersi che forse bisogna costruire un altro asilo nido o un nuovo ospedale, specie dopo anni di austerità inflitta da governi conservatori.

Al Regno Unito 20 mld di sterline in dieci anni

Ma la verità è un’altra, noi europei nel Regno Unito abbiamo contribuito all’erario di sua maestà più di 20 miliardi di sterline negli ultimi dieci anni al netto dei trasferimenti sociali. E ora ci ritroviamo a dover difendere i nostri diritti più basilari come lavorare senza visto di lavoro, soggiornare anche se disoccupati, accendere mutui, votare alle elezioni amministrative, studiare senza pagare tasse universitarie esorbitanti, fare ricerca.

Siamo stati ingenui. Sono stato ingenuo. Abito in questo paese da 12 anni e non ho ancora la cittadinanza. Non ne sentivo il bisogno: italiano, britannico, che importa? Siamo tutti europei. Il passaporto, le bandiere, gli inni sono cose del passato, il futuro è la cittadinanza europea. Come conseguenza di tanto idealismo invece non ho potuto votare contro Brexit. Inerme, ho assistito agli eventi della storia nel ruolo di ospite. Speravo nel partito laburista ma è stata una grande delusione.

Una parte consistente, ma non maggioritaria, del partito era a favore di Brexit, dando un perfetto alibi alla leadership che decise di non opporsi all’avvio del processo di uscita dall’UE. In condizioni normali avrei già lasciato il partito Laburista per i liberal-democratici, se non fosse troppo viva la memoria del loro governo, quando governarono con le destre di Cameron e Osborne triplicando le tasse universitarie in barba alle loro promesse in campagna elettorale.

Il governo May sceglie l’hard brexit

Oggi paghiamo il profondo complesso di identità del Regno Unito, ancora alla ricerca del suo ruolo nella società delle nazioni. Non è un caso che ben due sui tre referendum della sua storia siano stati proprio sulla questione dell’UE. La determinazione del governo May di procedere con un’hard brexit, il che prevede un’uscita netta dal mercato unico pur di introdurre un controllo sull’immigrazione non fa ben sperare per i negoziati dei prossimi due anni. Soprattutto per il settore finanziario che non potrà più operare nel resto dell’Unione, il che sta portando vari gruppi finanziari a considerare altre opzioni come Francoforte o Dublino. Il Parlamento rimane un interlocutore assente.

La maggioranza dei componenti di Westminster che hanno votato a favore di Brexit nel 2017 sono gli stessi che avevano fatto campagna per Remain nel 2016. Un paradosso che soltanto le elezioni anticipate possono risolvere. Sogno di vedere le contraddizioni tra i conservatori sfociare nel voto anticipato. Ma poi realizzo che le alternative per il momento non esistono.

laburisti sono bloccati da una leadership ideologica, i liberal-democratici dovranno lavorare anni prima di recuperare credibilità, il sistema elettorale impedisce le scissioni (e in effetti le polemiche dentro al PD sembrano i litigi di Cip e Ciop in confronto allo scontro dentro al partito laburista).

Una sconfitta per l’europeismo

Oggi è sicuramente una sconfitta per l’europeismo, ma che ci serva da lezione per fare meglio in futuro. La storia non è lineare e i diritti acquisiti si possono perdere. Ma soprattutto definiamolo bene questo europeismo.

La più grande critica che i compagni inglesi muovono all’UE è l’assenza di un’Europa sociale e dei diritti, dove sessanta anni d’integrazione ha costruito il più grande mercato libero della storia ma dove i diritti rimangono difesi solo a livello nazionale. Prima allora di scoprire che il concetto di due velocita potrebbe nascondere divergenze inconciliabili, oggi, nel giorno della Brexit, è importante più che mai assumere un atteggiamento critico e non retorico per rilanciare l’UE.

Europa, è il momento del rilancio

Il rilancio non può che essere nella direzione dell’inclusione e della solidarietà, sia socialmente tramite l’indennizzo di disoccupazione europea, sia tra gli stati della periferia e del centro per rendere l’Euro sostenibile, per esempio tramite l’inclusione dell’obiettivo di piena occupazione nel mandato della BCE, innalzando l’obiettivo di inflazione o permettendo maggiori margini di manovra fiscale.

Preferisco comunque rimanere fiducioso nel futuro. Il Regno Unito alla fine ne uscirà bene, grazie alla solidità delle proprie istituzioni, anche se sicuramente non con la formula che conosciamo oggi. Per l’Unione Europea è sicuramente la più dura prova politica, forse un bene per riaggiustare la base in vista dei secoli futuri.

29 Marzo 2017

Da “Italia in Cammino

http://www.italiaincammino.it/brexit-day-ricominciamo-dalleuropa/

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