Sognando i raccomandati bravi.

Trascrizione dell’intervento di Barbara Michelin alla Leopolda2013.

Per garantire una reale crescita economica, le società devono puntare, oltre che sullo sviluppo di infrastrutture ed industrie, anche sulle persone, investendo sul capitale umano. Il rendimento economico degli investimenti nell’istruzione è come minimo equiparabile a quello generato dagli investimenti in capitale materiale. Se alziamo il livello del patrimonio di conoscenze e competenze, incrementeremo la produttività delle persone. E questo vale anche per lo stato di salute: le persone malate diventano pazienti, donne e uomini non più produttivi. Non serve aver letto grandi manuali per comprendere quindi come l’investimento umano rappresenti una delle forze trainanti di crescita e sviluppo da cui ripartire per costruire un’Italia del domani, del nostro futuro, delle opportunità e non della paura, ma uno dei tanti posti sul mappamondo dove provare ad avverare i propri sogni.

Ecco perché la mia parola chiave sarà #education, con la lente di ingrandimento, critica, di una studentessa universitaria di Medicina. Ho 22 anni, circa 18 di questi li ho trascorsi sui banchi di scuola, posto forse più importante dove dovremmo diventare cittadini, dove sono i professori a contribuire alla formazione di ciascuno e a valutare. Ma chi si prende la responsabilità di giudicare oggi la scuola e provare a migliorarla, ascoltando chi la vive ogni giorno, docenti e studenti in primis? Su quei banchi sono state più le volte in cui mi son sentita cliente di un servizio che le volte in cui mi son sentita parte di un mondo che andrebbe rimandato a settembre, alle voci “merito” ed “equità”, in due materie che ancora oggi sembrano non andare d’accordo. Forse semplicemente perché nessuno vuole provare a superare un tabù, rimettendo al centro 4 parole: Equità, Formazione, Merito e Valutazione.

Ogni giorno, come molti altri coetanei, in quello che la recente Classifica Censis cataloga come 2° mega-ateneo, faccio i conti con l’handicap di un duplice libretto, una copia cartacea e una elettronica. Pare che solo quest’ultimo faccia formalmente testo, eppure, ad ogni sessione si rincorrono docenti per una firma. Costa così tanta fatica dire addio all’estenuante burocrazia dei certificati, delle duplici copie, delle firme a penna stilografica e contemporaneamente elettronica per passare all’efficienza istantanea di un click? All’odissea del povero studente che peregrina tra un’aula fatiscente -e qui andrebbe aperta un’altra parentesi sul dramma dell’edilizia scolastica e le sue vittime- e l’altra, con la speranza di riuscire a sedersi a lezione, non mancano mai una disorganizzazione della didattica, spesso arrangiata alla “meno peggio”.

Se poi la vita, durante il percorso universitario, conduce a un trasferimento, lo studente deve fare i conti con i piani di studio che variano come una maionese impazzita lungo lo stivale. Quanto sarebbe tutto più semplice se solo si uniformassero i piani di studio e, già che stiamo sognando in grande, se solo si uniformassero a quelli europei, in modo tale da vivere e sfruttare il progetto Erasmus come un’opportunità della nostra generazione, circolazione di teste pensanti, non come l’ennesima “via crucis” di segreterie in dipartimenti per il riconoscimento di esami.

Gli studenti vogliono partecipare di più laddove si decide la costruzione del nostro futuro professionale, sono pronti a metter da parte il vittimismo e ad assumersi la quota di responsabilità nella gestione di un corso di laurea organizzato e formante. Scuola è si “education, education e ancora education”, ma dev’essere anche “più pratica”, soprattutto nella formazione medico-sanitaria assistenziale.

La didattica va studiata e finalizzata alle persone, programmata e portata al letto del paziente, come accade già ad es. per i colleghi d’oltralpe, che al III anno vengono pragmaticamente istruiti come persone al servizio del malato, non solo come enciclopedie del sapere medico. Curando puntigliosamente la scuola saremo in grado di fare un passo in avanti, avendo il coraggio di investire, non solo di più, ma soprattutto meglio. E non perché lo dico io o N. Mandela, sicuramente molto meglio di me, “education è l’arma più potente che può cambiare il mondo”, ma perché basta monitorare dove e cosa funziona, copiando modelli concreti e virtuosi.

Perchè diciamocelo, qual è la finalità di una compilazione di un questionario per la valutazione dell’attività svolta da un docente, se poi non si è in grado di esaltarne merito e talento? Ragionamento che potrebbe essere applicato in molti altri ambiti come cura alla diffusa sintomatologia delle nomine clientelari. Solo una scuola in cui l’unica raccomandazione sarà la bravura potrà essere in grado di valorizzare ciascun studente e docente, garantendo anche ai più deboli equità. Dicono che “per far sì che un sogno si avveri, il primo requisito è la grande capacità di sognare, il secondo la persistenza, la fiducia nel sogno”.

Io ho sognato il futuro, adesso proviamo ad aver fiducia. Cambiamo verso!

Barbara Michelin

FutureDem

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