download

Perché non ha senso opporsi al numero chiuso

download

Perché il numero chiuso è sensato e perché chi si oppone ad esso ha qualche problema a distinguere meritocrazia ed elitarismo.

1) Dire che siamo tutti speciali significa che non lo è nessuno, un conto è la doverosa istruzione dell’obbligo un conto è sospendere alcun criterio meritocratico e non prendere in considerazione gli aspetti legati all’occupabilità degli studenti.

2) Il numero chiuso è la garanzia del lavoro futuro o almeno di una maggiore occupabilità. Coloro che decidono di investire nella propria formazione non lo fanno per una generica affezione alla materia, che potrebbero acquisire anche da autodidatti, ma perché vengano loro riconosciute determinate competenze in un determinato ambito. In particolare le fasce meno abbienti della popolazione vedono nell’Università una possibilità di riscatto rispetto alla propria condizione, per cui è proprio alle fasce più disagiate della popolazione che conviene che il valore dei titoli di studio sia elevato, salvo non voler penalizzare coloro che non hanno una famiglia alle spalle. Col numero chiuso non conta quanti soldi ha la tua famiglia, ma se sei preparato e competente oppure no.

3) Dal punto di vista del test di ingresso tutti sono uguali dal figlio dell’operaio al figlio del dirigente e rispetto a molti altri criteri di valutazione il test consente che tutti vengano posti sullo stesso piano. Quanti poi si lamentano dei costi di tali test dovrebbero considerare l’importo effettivo paragonato a quanto si spende in una serata acquistando birre (ovvio che alcuni possano pensare che sia preferibile berseli che darli all’Università, ma è anche vero che per un investimento sul proprio futuro un sacrificio lo si può anche fare). E’ logico che tali test comportino dei costi amministrativi e del personale, salvo non voler chiedere che i lavoratori vengano sfruttati.

4) Come il Capitalismo è risibile quando teorizza che a partire da risorse finite si giunga ad uno sviluppo all’infinito, così coloro che si oppongono ad un minimo di programmazione nell’ambito del mondo della formazione non tengono conto minimamente del mercato del lavoro e se non sbaglio ci si iscrive all’Università nella speranza di poter lavorare un giorno, a meno che non la si consideri una sorta di Gardaland dove si va tanto per divertirsi nel qual caso consiglierei di spendersi € 1.400,00 l’anno direttamente a Gardaland.

5) L’accesso all’Università indiscriminato ha prodotto due effetti: 1. ha saturato interi segmenti del mercato del lavoro rendendo così a medio e lungo termine del tutto impossibile l’accesso in quei settori da parte dei neolaureati 2. ha abbassato il valore dei titoli di studio, quindi, oltre a limitarne la spendibilità, ha comportato anche una riduzione della retribuzione dei singoli laureati come lavoratori dipendenti.

6) E’ corretto chiedere una maggior coerenza e sensatezza dei test, prendendo in esame come essi siano strutturati e quali quesiti vengano somministrati agli studenti, ma un conto è dire che uno strumento è perfettibile un conto è dire che esso vada abolito e che sia il male in sé.

7) Infine voglio dimostrare la conseguenza della totale mancanza del numero chiuso portando un esempio reale: ogni anno si laureano centinaia di studenti in materie umanistiche che sappiamo perfettamente non saranno assorbibili dal mercato del lavoro non solo nel breve termine, ma anche nel medio e lungo, considerata l’attuale recessione. Far accedere all’istruzione universitaria tanti giovani significa condannarli già a priori a una vita da disoccupati illudendoli quando invece conosciamo in modo chiaro e distinto i dati occupazionali in quei settori.

Credo che opponendosi al numero chiuso non si svolga in modo adeguato il proprio compito di sindacato degli studenti in quanto non si tutelano così i loro effettivi interessi, cioè i margini occupazionali, e si proponga un modello di società difficilmente sostenibile in cui esigere che tutti siano speciali implicherà il fatto che non lo sarà nessuno.

L’antidoto per abbattere le disuguaglianze e le ingiustizie passa nel nostro Paese per la meritocrazia e non tenerne conto è miope e potrebbe risultare deleterio per tutti.

Matteo Montagner

 

 

FutureDem

2 thoughts on “Perché non ha senso opporsi al numero chiuso

  1. ritengo che lei sia un incompetente o in malafede, e non so cosa augurarle. Le illustro le ragioni di questa mia convinzione:

    a) in più parti lei accenna al fatto che “se uno vuole andare all’università è per lavorare, altrimenti andrebbe a Gardaland”. Riportando un dato relativamente vero (i laureati italiani sono difficilmente occupabili), attribuisce parte della colpa di questo dato alle università, che sfornerebbero troppi laureati (specie di materie umanistiche, anche se non si capisce quali fonti citi per il suo “esempio reale”; mi auguro non solo le chiacchiere da bar).
    Peccato che i laureati continuino pur sempre ad avere redditi e probabilità di trovare impiego maggiore dei non laureati (dati Almalaurea). Peccato inoltre che in Italia abbiamo già una % di laureati simile a quella della Slovacchia, di molto inferiore alla media europea, di moltissimo inferiore a quella di altri paesi G8 (Francia, Inghilterra, Germania). In questo contesto addebitare la colpa alle università e non al mondo del lavoro, che è a mio giudizio (e non solo mio) incapace di assorbire personale qualificato, è assolutamente controintuitivo. Lo giustifichi, oppure ritratti.

    b) esistono altre soluzioni per attuare sbarramenti differenti dal numero chiuso. Se vuole fare un dibattito informato le suggerisco di prenderli in considerazione.

    c) un giovane di 18 anni ha tutti gli strumenti per decidere se accedere o no all’università. Nessuno oggigiorno promette che “con la laurea si trova lavoro” (anche se potrebbe essere più semplice, cfr. Almalaurea). Se le è tanto cara la selezione del merito, permetta a questo giovane di dimostrarsi meritevole di essere assunto DOPO aver terminato i suoi studi- a meno che lei non ritenga che un test svolto a 18 anni possa essere condizione sufficiente per discriminare i “meritevoli” di ogni tipo di settore. Nel qual caso lei avrebbe un’idea proprio strana di merito.

    d) lei afferma: “Quanti poi si lamentano dei costi di tali test dovrebbero considerare l’importo effettivo paragonato a quanto si spende in una serata acquistando birre (ovvio che alcuni possano pensare che sia preferibile berseli che darli all’Università, ma è anche vero che per un investimento sul proprio futuro un sacrificio lo si può anche fare)”. Ne constato che lei spende circa 80/100 euro quando esce la sera per bere con gli amici. La informo che per molti “non abbienti” 80/100 euro sono una cifra con cui campare per una settimana, non con cui ubriacarsi una sera. Ma comunque mi complimenti per lei per la sua resistenza all’alcool. A giudicare dalla forma e dai contenuti dei suoi ragionamenti sopra espressi, si direbbe che lei sia appena tornato da una di queste borracciate pantagrueliche.

  2. Veniamo a noi.

    Inizio col dire che ti sbagli, considerandomi un paladino assoluto del numero chiuso, molto più semplicemente, ritengo che stante la situazione attuale possa essere uno strumento sensato al contenimento di alcune problematiche. Che sia l’unico strumento lo deducete tu e i fanatici delle dicotomie, per i quali se si sostiene una posizione non si possono ammettere delle alternative. E’ semplicemente un provvedimento con una relativa validità, che è già in vigore, e che sarebbe quindi sensato ottimizzare.

    a) Che ci sia un problema strutturale del mercato del Lavoro, te ne posso anche dare atto. Il fatto è che bisogna trovare degli strumenti per far fronte a un mercato del lavoro così complesso, e spesso contraddittorio, e finché non si interviene a quel livello risulta evidente come sia necessario farlo su altri piani. Stanti queste premesse, il problema attuale delle Università italiane è che sfornano mediamente troppi laureati di scarso livello che non possono essere riassorbiti in modo adeguato dal mercato del lavoro. La Classificazione dell’OCSE mostra come solo il 7% di laureati italiani possieda un titolo in una materia scientifica (Fisica, Matematica, Informatica etc.) a fronte di Lettere e Arti, Giurisprudenza, Scienze Sociali ed Economia, Scienze della Formazione che rappresentano il 56%. del totale. Vi sono poi un 14% di laureati con un titolo in Ingegneria, un 15% con un titolo in Medicina e resta un 8% che aggrega i titoli in altre discipline. Il problema è che abbiamo pochi laureati in materie professionalizzanti e quindi è fisiologico che il mercato del lavoro non li assorba. I dati EUROSTAT confermano questo andamento sottolineando che “su 1000 giovani italiani meno di 15 maschi si laureano in materie scientifiche, peggio ancora le ragazze (meno di 10)”. Prendiamo l’esempio dei laureati in Filosofia: ogni anno la gran parte di questi studenti consegue un titolo col massimo dei voti, e le aziende che ne riceveranno i curricula si troveranno prive di qualsiasi strumento per discriminare un titolo dall’altro. Questo non è un problema del “cattivo” mercato del lavoro, ma delle “cattive” Università, dei “cattivi” Docenti che elargiscono voti immeritati e anche degli studenti a cui questa cosa torna comoda. AlmaLaurea, che ami citare, sottolinea che a 5 anni dal conseguimento del titolo il 94% di coloro che hanno una laurea in ambito Medico/Sanitario, Scientifico o in Ingegneria è occupato, contro il 72,5% di coloro che hanno una laurea in ambito Letterario. Tuttavia oltre a questa discrepanza quantitativa il vero problema si colloca a livello qualitativo: i laureati in ambito Medico/Sanitario, Scientifico o in Ingegneria infatti lavorano quasi sempre nel settore per cui possiedono il titolo, mentre gli occupati con laurea umanistica non lavora quasi mai nel settore per cui ha studiato. E’ vero che i laureati hanno più possibilità di trovare lavoro, ma è vero anche che i laureati in materie umanistiche concorrono spesso nel segmento di mercato del lavoro dei diplomati, assumendo ruoli dequalificati rispetto al loro titolo. Stante questa situazione, il numero chiuso sarebbe un ottimo strumento per evitare la saturazione del mercato per quanto riguarda le materie umanistiche e limitare gli squilibri, soprattutto se associato a una maggior serietà durante il percorso di studi in modo che i laureati siano sì un numero rilevante, ma anche di buon livello. Il numero chiuso andrebbe quindi esteso SOPRATTUTTO alle materie umanistiche.

    b) E’ vero che l’Italia ha una percentuale di laureati simile alla Slovacchia e assolutamente inferiore rispetto agli altri Paesi Europei. Peccato che questo dato ad effetto riportato al di fuori del contesto resti comunque scarsamente interessante perché nei dati bisognerebbe provare a vedere le tendenze al fine di restituire un’immagine quanto più fedele della realtà. La cosa interessante delle statistiche sul tema emerge infatti quando si scorpora il dato in base all’età e al genere: la percentuale dei laureati tra i 22 e i 35 anni è circa tre volte superiore alla percentuale di laureati tra i 35-65 anni, e il dato diventa ancora più elevato considerando la percentuale di giovani donne laureate. Cosa vuol dire? 1. L’Italia partiva da molto indietro e, nonostante molto sia stato fatto in questi anni per incentivare il più possibile l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione, resta ancora indietro rispetto agli altri Paesi. Pare che le tanto deprecate Riforme della Scuola e dell’Università degli ultimi anni abbiano invece aiutato ad alzare moltissimo la percentuale di laureati. Cosa c’entra tutto questo col numero chiuso? Niente, infatti questa è una tua argomentazione errata. Il numero chiuso sembra non incidere minimamente sulla percentuale di laureati. Riguardo poi ai paesi G8, un dato interessante è ad esempio quello degli Stati Uniti che hanno una percentuale di laureati in Scienze ed Ingegneria minore a quella dell’Italia perché in quel Paese le majors in materie scientifiche sono solo l’anticamera per il mondo della ricerca e della specializzazione (Fonte OCSE). Se fossimo tutti come te dovremmo dedurre che gli Stati Uniti sono da un punto di vista scientifico-tecnologico più arretrati rispetto all’Italia, il che non è affatto vero. Dimostri di essere in errore nel citare ad effetto il dato dell’Italia comparato alla Slovacchia, mentre serietà vuole che i dati percentuali vadano contestualizzati col sistema di istruzione del Paese.

    c) Andiamo poi a vederci la percentuale di abbandoni dei corsi di laurea rispetto alle iscrizioni. La Fonte MIUR-ISTAT ci dice che alcuni corsi di studio a numero chiuso hanno una percentuale di abbandoni ridottissima, ad esempio la tanto criticata Medicina, a fronte di alcuni percorsi umanistici in cui si ha una percentuale di abbandono tra il primo e il secondo anno tra il 19 e il 33%. Nel Decimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, pubblicato nel dicembre 2009 dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (CNVSU), si legge che il tasso di abbandono delle matricole, tra il primo e il secondo anno, risulta più basso proprio nei corsi di laurea a numero chiuso. Una correlazione analoga si verifica anche con riferimento alla percentuale di matricole inattive, decisamente più bassa nei corsi di laurea che prevedono una selezione all’ingresso (per esempio: nella facoltà di Medicina e Chirurgia, dove il numero chiuso è in vigore da più tempo e a livello nazionale, la percentuale di matricole inattive è pari al 5,1% contro il dato medio di tutte le facoltà pari al 12,5%). Quindi, i dati, esattamente al contrario di quanto sostieni, dicono che il numero chiuso non limita la percentuale di laureati e che in alcuni corsi di studio privi di selezione all’ingresso la percentuale di dispersione è comunque molto alta. Aprire quindi i battenti di tutti i Corsi di Laurea a tutti non inciderebbe direttamente sulla percentuale di laureati.

    d) A risorse finite non si può pensare come realistica una offerta infinita di possibilità; lo studio di un giovane ha dei costi e c’è un investimento notevole da parte della collettività nei suoi confronti e pertanto credo sia doveroso esigere serietà e rigore non solo DOPO, ma anche PRIMA e DURANTE il corso di studi. Circa la metà delle matricole dei corsi universitari ad accesso libero, non riesce a portare a termine gli studi. Questo significa che nei corsi senza numero chiuso la selezione è comunque presente, non all’ingresso, ma nella forma dell’abbandono negli anni successivi. 
    Tutto questo determina costi economici e disagi psicologici e sociali molto alti, non solo per gli studenti direttamente interessati e le loro famiglie, ma per l’intero Paese. Una selezione “naturale” al secondo o al terzo anno di studi, come avviene ora in Italia con tassi di abbandono molto alti specie nei corsi di laurea ad accesso libero, rappresenta un costo inutile per i contribuenti e un problema serio per gli studenti che abbandonano e che avrebbero invece dovuto essere indirizzati fin da subito verso un percorso formativo o professionale differente. 
    Per investire, come è giusto e doveroso fare, sui giovani potenzialmente in grado di laurearsi e di restituire così valore al Paese, è necessario, al contempo, minimizzare le spese per pagare gli studi di chi non li porterà a termine. Le ripercussioni negative di un sistema che non seleziona all’ingresso gli studenti sui quali investire non si limitano infatti ai maggiori costi economici complessivi e al disagio di coloro che abbandonano e che ritardano di alcuni anni il loro ingresso nel mondo del lavoro, ma toccano molto da vicino anche gli studenti capaci e seriamente motivati, che devono fare i conti con una situazione di sovraffollamento che abbassa inevitabilmente la qualità della loro formazione.

    e) Capisco perfettamente che per una persona non abbiente spendere €80-100 (in realtà per molti l’importo è minore) possa essere un sacrificio; tuttavia se una persona è meritevole e passa quel test si immatricolerà all’Università pagando semplicemente la tassa regionale del diritto allo studio e la marca da bollo e farà l’Università supportato, giustamente, dalla collettività. Quindi, investire una cifra che avrà valore quantomeno triennale mi sembra un sacrificio adeguato.

    Ricordando le parole di George Braque: “Accontentiamoci di far riflettere… non tentiamo di convincere. “, spero che tu possa concordare con me, perlomeno su qualche punto.

    Matteo Montagner

Rispondi

Perché non ha senso opporsi a…

di FutureDem tempo di lettura: 3 min
2