L’intreccio tra Borsa, Banche ed Economia Reale: dove stiamo andando

Negli anni la Borsa Italiana è profondamente cambiata, specialmente se si guarda alla capitalizzazione. Nel 2003, già dopo la crisi post 11 settembre, a Piazza Affari era capitalizzato circa il 38% del Pil italiano, quota che attestava il Mibtel all’undicesimo posto nel mondo. Oggi siamo al 23esimo posto, con una capitalizzazione totale al 28%. In totale, una perdita dell’oltre il 28% rispetto a dieci anni fa. Piazza Affari è l’unica Borsa che ha perso capitale quotato negli ultimi 10 anni, rispetto a una crescita media esponenziale di tutti gli altri centri finanziari nel mondo, che hanno messo a segno in media un forte +63%. C’è per caso un lato positivo? Si, se guardiamo alla costante perdita di peso della leva finanziaria, testimoniata da una forte riduzione del valore di banche e assicurazioni, e una crescita del settore manifatturiero, asset strategico della nostra economia, che attualmente vale il 77% dei valori in Borsa.

Ora, possiamo pure ammettere che la Borsa si sia ripulita da titoli e azioni gonfiate dalle leve finanziarie, ma non è certamente accettabile che negli anni sia più conveniente comprare titoli di stato che azioni in Borsa, situazione ormai presente da quasi vent’anni. Tralasciamo pure che dai primi 2012 ad oggi Piazza Affari sia comunque tornata a guadagnare circa un buon 26%, concentrato specialmente negli ultimi mesi di quest’anno. L’analisi è utile per capire due sintomi del sistema. Il primo è il forte aumento dei tassi di rendimento dei titoli pubblici, rendendo più conveniente un investimento nelle aste di Bot, Btp e Cct piuttosto che in un pacchetto azionario o un’obbligazione. Questo rende il nostro più finanziabile, ma rende il paese sempre meno competitivo. Lasciamo perdere un attimo lo spread attuale molto basso, e guardiamo alla cifra del debito pubblico, che ha toccato il 133% qualche giorno fa. Bisogna invertire la tendenza, ed in fretta, dismettendo patrimonio pubblico, approvando un piano di privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche, ma soprattutto favorendo la vendita di tutta la giungla delle partecipate pubbliche locali. Per la seconda questione torniamo su Piazza Affari, specialmente sui bancari. A parte qualche sporadico caso, le banche italiane si sono caratterizzate per la forte regionalizzazione e l’attaccamento al territorio, che ha di fatto esposto meno. Gli attivi delle banche più esposte alle dinamiche mondiali, invece, si stanno cercando di ripulire, come già detto, dalla leva che fra gli anni ’90 e poi dopo il 2000 rendeva il valore del settore finanziario certamente sproporzionato rispetto al suo spessore reale.

Vedere la crescita della Borsa dal 2012 ad oggi concentrata negli ultimi mesi ci fa riflettere sul grande peso della politica monetaria espansiva, praticata specialmente in Giappone, Stati Uniti, Inghilterra e per certi versi, anche in Europa. La Federal Reserve, rinviando di continuo il tapering, garantisce ancora denaro a basso costo al sistema finanziario americano, e quindi mondiale. Per non parlare della Bank of Japan, dove stampare liquidità illimitata sembra essere diventato un dogma. Positiva, in ultimo, l’azione annunciata ieri dalla Bce, per il piano “Asset Quality Review”, che accerterà lo stato di salute degli istituti di credito europei in termini di investimenti, patrimonio, prestiti e debiti. Anche quindici banche italiane al vaglio di questo meccanismo definito “importante e vigoroso”. Una supervisione necessaria, a mio avviso, per il percorso di modernizzazione del sistema bancario, che, nel futuro, dovrà rivolgersi specialmente all’economia reale.

Lorenzo Pelliconi

FutureDem

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