Le ricette liberiste del centrodestra francese.

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Il più grande partito di centrodestra francese, l’UMP (Union pour un mouvement populaire), fu ridotto al bicefalismo dopo che la sconfitta di Nicolas Sarkozy alle presidenziali nel 2012 non ha saputo far sovrastare uno dei due aspiranti successori -Jean-François Copé e François Fillon- sull’altro. Il 18 dicembre, nonostante i travagli dovuti alle diverse correnti interne, è riuscito a porre una sorte di armistizio che prende la forma di un programma economico in stato di necessità. Un punto d’accordo per entrambi i contendenti, “una fiamma” per dirla come Copé, a cui ha partecipato con entusiasmo anche il compagno di partito Fillon.

Il documento (http://ump.blog.lemonde.fr/2013/12/19/document-le-projet-economique-de-lump-prone-la-fin-des-35h-et-la-retraite-a-65-ans/) s’intitola “Misure d’urgenza per raddrizzare la Francia” e parte dalla constatazione di tre indicatori catastrofici, ciò che c’è appunto da raddrizzare: il tasso di disoccupazione (10.9%), il deficit commerciale di 67.2 miliardi di euro e infine il prelievo fiscale, pari al 46.5% del Pil, 9 punti percentuali in più di quello tedesco.

La principale misura di distacco dal “vecchio” UMP guidato da Nicolas Sarkozy è la proposta di uscire dal regime lavorativo delle 35 ore settimanali. Mentre l’ex presidente aveva fatto della defiscalizzazione delle ore supplementari uno dei suoi slogan, il suo stesso partito -ora all’opposizione- propone radicalmente l’uscita da questo sistema, affidando la gestione degli orari lavorativi e degli extra alla concertazione “entreprise par entreprise”, tra imprese, pubbliche e private che siano, riformando quindi il sistema vigente che stabilisce per legge durata e soglia per lo “scatto” delle ore supplementari.

Insomma, un invito a lavorare di più (“Travailler Plus” è proprio il titolo del capitolo) lasciando alle imprese la scelta sul numero di ore imponibili, oggi ancora prerogativa di uno stato evidentemente troppo intrusivo agli occhi dei liberisti francesi. Il documento è invece parecchio schivo riguardo alle determinazioni dei salari, che vengono rinviate alle negoziazioni tra le parti sociali con una menzione -tra parentesi- ad una suddivisione dei profitti della produzione, richiamando il modello tedesco.

Per contrastare la disoccupazione la ricetta proposta dall’UMP è invece una diminuzione dei sussidi a fronte di un implemento nella formazione dei disoccupati adattandoli alle esigenze delle imprese. Detto in parole povere: se sei disoccupato ti togliamo giorno dopo giorno un po’ del tuo sussidio, ma in cambio ti diamo le competenze che le imprese richiedono sul mercato del lavoro. Facile a dirsi ma difficile a farsi, il programma dell’UMP in questo caso non sembra niente male. Peccato che a queste misure si accompagnino un alleggerimento dei controlli fiscali e delle ispezioni sui posti di lavoro delle PME (piccole-medie imprese).

Tutte queste misure descritte, accompagnate da un alleggerimento della pressione fiscale, sono mirate secondo il programma economico, ad una diminuzione della spesa pubblica, che verrà riportata al 50% del Pil entro cinque anni partendo dal 56.4% attuale.

Un programma simile, tuttavia, creerebbe uno strapotere delle imprese, alle quali, grazie alle liberalizzazioni sopra citate, verrebbero delegate gran parte delle decisioni sul mercato del lavoro. Il tutto quindi stona. Jean Paul Fitoussi, uno dei più influenti economisti francesi, ha recentemente fatto notare come le rivoluzioni conservatrici, basate su deregolamentazione dei mercati e la riduzione del ruolo degli Stati, hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze economiche e sociali, “una delle cause reali maggiori, se non la causa principale, della crisi finanziaria” (Fitoussi, Il teorema del lampione, o come mettere fine alla sofferenza sociale, Einaudi, 2013). Cercare di uscire dalla crisi spingendo nella stessa direzione (deregolamentazione, depotenziamento delle politiche sociali) sembrerebbe un controsenso. Un dettaglio certamente non trascurabile nemmeno nell’affidabile paese della Tour Eiffel, dove oggi il 10% delle famiglie più ricche detiene quasi la metà del patrimonio totale, mentre il 50% meno ricco non ne detiene che il 7%. 

Nicolò Fraccaroli

FutureDem

One thought on “Le ricette liberiste del centrodestra francese.

  1. Salve, non entro nel merito dell’articolo non conoscendo a fondo la situazione francese, però mi preme fare un inciso sull’ultima affermazione. Vi prego, non cadete anche voi nel mantra della disuguaglianza misurata in funzione di quanta ricchezza detiene il 10% più ricco della popolazione.

    Questo per vari motivi:
    – il fatto che la curva della distribuzione della ricchezza passi per un punto (90% ; 50%) o due (aggiungendo 50% ; 7%) può implicare distribuzioni molto diverse tra loro, ma questo è il fatto meno influente;
    – la distribuzione è viziata dalla componente anagrafica: l’accumulazione è data dal risparmio, e più si invecchia più si accumula. Pensate al figlio di una famiglia benestante: finché appartiene al nucleo dei genitori si trova quasi al top della curva possedendo la sua famiglia una discreta ricchezza. Non appena esce di casa formando un nucleo separato si troverà improvvisamente nel fondo avendo una ricchezza quasi nulla (o negativa nel caso abbia contratto un mutuo per la casa, gli studi etc). Ma questo non è motivo di disuguaglianza coi genitori, magari col passare del tempo anche lui risparmierà arrivando in età matura ad aver accumulato la stessa quantità di ricchezza che aveva la sua famiglia al momento del distacco.
    – la distribuzione dipende molto da altri fattori, per esempio la propensione a contrarre debiti etc. Prendiamo ad esempio la Svezia, paese che invidiamo per il welfare state. Ecco, lì il top 10% detiene il 58% della ricchezza totale netta (contro un 45% per l’Italia), e addirittura il 30% più povero arriva a detenere una ricchezza netta del -10% (sì, negativa)… Però se andiamo a guardare alla distribuzione dei redditi scopriamo che questi sono su livelli decisamente più alti in Svezia e distribuiti più equamente (per i curiosi è un indice di Gini di 0.25 SWE contro 0.32 ITA).

    Quindi, per riassumere, invece che perdermi sulla frazione di ricchezza detenuta dal 10% ricco mi chiederei se quelli che si trovano a fondo curva siano in una situazione stazionaria per cui rimarranno sempre sul fondo o abbiano la possibilità di accumulare col tempo e/o se comunque lo stare nel fondo non implichi pure un livello di reddito che riesca o meno a garantire una vita felice. Potrei appunto trovarmi in una condizione di bassa ricchezza accumulata ma avere uno stipendio più che dignitoso: es. chi pur con un debito alle spalle per gli studi si ritrova con un bello stipendio da professionista che gli garantisce di permettersi ciò che desidera, rimanendo magari paradossalmente sul fondo decidendo di non risparmiare nulla).

    Il motivo per cui “me la prendo” è che (non parlo di voi) in genere nel dibattito politico il dato in questione viene sventolato per lasciare intendere che il problema italiano sia solamente un problema di redistribuzione, per cui una bella patrimoniale e spostiamo la curva della ricchezza e risolto tutto, evitando invece di far qualcosa sui reali problemi che impediscono realmente di risalire la scala sociale.
    Chi invoca la patrimoniale poi non fa nulla contro il capitalismo di relazione, è restio ad implementare criteri meritocratici nel reclutamento dei dipendenti pubblici, continua a mantenere un sistema per cui la retribuzione va in funzione dell’anzianità e non del merito, propende per un sistema pensionistico sbilanciato a favore di chi in pensione c’è già, comportamento analogo per il sostegno alla disoccupazione e per il dualismo del mercato del lavoro. Ecco, lasciamo a loro gingillarsi con statistiche mal poste, noi concentriamoci invece sugli ostacoli concreti che impediscono a molti di realizzare le proprie aspirazioni.

    PS: scusare il commento chilometrico :), comunque un articolo interessante sul tema lo si può trovare qui:
    http://noisefromamerika.org/articolo/disuguaglianza-ricchezza-societ-uguali

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