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LA VOCE DEI SOCI – La nuova legge sul caporalato e come contrastare il fenomeno

Torna La Voce dei Soci con un focus di Alessandro Scavo sul caporalato e sulla nuova legge per il contrasto al fenomeno, recentemente approvata dal Parlamento.

Dopo anni di lotte, di norme che non riuscivano ad essere applicate, di battaglie contro lo sfruttamento dei più deboli, la legge sul caporalato è realtà. Martedì 18 ottobre la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica,  hanno approvato definitivamente il disegno di legge contro il cosiddetto caporalato (ve lo allego per completezza) con il quale vengono disposte specifiche misure per i lavoratori, stagionali e non, dei settori c.d. a rischio, come agricoltura ed edilizia. Vengono  altresì estese responsabilità e sanzioni, non solo penali ma anche economiche, attraverso degli strumenti del sequestro e della confisca, per i ‘caporali’ e per gli imprenditori che fanno ricorso all’illecita intermediazione di questi.

Il tutto, seguendo quel fil rouge che Giovanni Falcone vedeva come la risposta più efficace nella lotta alla criminalità: ‘seguire i soldi’, colpire nel lato economico e nel prodotto del reato, al fine di elaborare un’azione punitiva che sia realmente afflittiva e che vada ad inserirsi in ciò che chi commette tali reati ha di più caro: il denaro. Il perché è presto detto, ed è inutile nasconderlo: il caporalato altro non è che una species all’interno di quell’orrido genus chiamato mafia, in cui non ci si fa scrupoli a lucrare sulla vita e sui diritti delle persone, dove i più deboli sono trattati come merce e non come esseri umani da aiutare e cui dare una possibilità di riscatto per mezzo dell’onesto lavoro.

Ma veniamo con ordine.

Che cosa è il caporalato?

Beh, a questa domanda, per chi è pugliese come me, è facile rispondere: basta farsi un giro alle 5 del mattino nelle piazze dei paesi della provincia, nei periodi dell’ ‘acinino’ (raccolta uva), della raccolta dell’ ‘oro rosso’ o dell’ ‘oro verde’ (rispettivamente pomodori e olive), per capirlo. Vedrete interi stuoli di gente in gravi difficoltà economiche, migranti ma anche italiani – ultimamente, a causa della crisi, il loro numero è aumentato esponenzialmente – che aspettano silenziosi che un furgone malandato o un’auto insudiciata li vengano a prelevare. Ad un certo punto giunge un tizio, spesso dall’aspetto e dai modi di fare poco raccomandabili, che si avvicina al gruppetto e inizia a selezionare i più prestanti fisicamente. Già, perché il lavoro nei campi è duro e le prestazioni devono essere massime: pensate che ci sono caporali che reclutano esclusivamente cittadini dell’est Europa e migranti dell’Africa centrale, perché ritenuti più prestanti – ‘ciucci di fatica’ per dirlo alla pugliese. Un razzismo dello sfruttamento che lascia i brividi. Vi starete chiedendo: ma contrattano le condizioni economiche? Macché, il compenso è sempre quello: dai 2 ai 3 euro l’ora, per 8 ore di lavoro nella migliore delle ipotesi sotto il sole cocente o la pioggia infernale, senza pause. Spesso poi come ‘fringe benefit’ viene compreso l’alloggio, in appositi tuguri simili a favelas, allestiti in prossimità dei campi, senza acqua corrente (si usa il pozzo artesiano, se c’è, o il “pilone” della raccolta delle acque piovane) e senza servizi igienici. Possibilità di protesta? Nessuna. Se protesti vieni picchiato. O peggio. Da chi? Dal caporale. Già, il caporale.

Il Caporale è una sorta di agenzia di lavoro interinale cui il proprietario del fondo o l’enfiteuta danno in ‘outsourcing’ le attività di reclutamento e di gestione del personale. Solo che il Caporale non è iscritto al registro imprese. Non rispetta né i requisiti di sicurezza sul lavoro della legge 626 né le procedure di attestazione di rischio ex D.lgs 231. Il Caporale è un criminale, e da criminale agisce. I suoi mezzi di gestione delle risorse umane e di governance del personale sono le botte e le bastonate.  Le pistole o i cani se servono. Al caporale non puoi mandare la famigerata ‘lettera dell’avvocato’, se stai male il certificato medico non sa cosa sia, se non ti paga (perché succede), non gli puoi esperire un ricorso per decreto ingiuntivo: per il caporale non sei nessuno. Come se ciò non bastasse, il  caporalato è un fenomeno presente anche nel settore dell’edilizia, dove intere flotte di lavoratori vengono impiegate nel svolgere lavori rischiosi senza alcuna tutela o protezione, con turni estenuanti e stipendi da fame. Se cadi dall’impalcatura, problemi tuoi. Ci sono diverse figure nell’organizzazione del caporalato, come in una grande S.p.A.: il ‘caponero’, che organizza le squadre e il trasporto, il ‘tassista’ che gestisce il trasporto, il ‘venditore’ che organizza le squadre e la vendita di beni di prima necessità a prezzi spesso molto alti, ‘l’aguzzino’, che utilizza e impone sistematicamente violenza o la sottrazione dei documenti di identità (che serve per avere maggiore controllo di una persona), il ‘caporale amministratore delegato’, l’uomo fidato che gestisce per conto dell’imprenditore l’intera campagna di raccolta dei lavoratori. Ci sono poi nuove forme di caporalato come il ‘caporalato collettivo’ che utilizza forme apparentemente legali (cooperative, spesso denominate ‘cooperative di servizi’, il cui numero, guarda caso, è aumentato a dismisura) per mascherare l’intermediazione illecita di manodopera (assumono con un contratto a chiamata indicando molti meno giorni di quelli effettivamente lavorati). Secondo  il terzo rapporto Agromafie e caporalato  del maggio 2016 il  caporalato in Italia rappresenta un’economia illegale e sommersa che va dai 14 ai 17,5 miliardi di euro. Il rapporto individua circa 80 distretti agricoli indistintamente dal nord al sud Italia e quantificava tra 400 e 430 mila le persone soggette a sfruttamento, sia italiani che stranieri. Un settore specifico di sfruttamento riguarda infine le donne, generalmente italiane: pensate che nella mia cara Puglia sono circa 40 mila, con paghe che non superano i 30 euro per dieci ore di raccolta nei campi.

L’evoluzione normativa in Italia

Il caporalato, ossia l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, era stato inserito tra i reati perseguibili penalmente nel Codice penale nel 2011, all’art. 603-bis, il quale disponeva:

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione , reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Ai fini del primo comma, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti circostanze:
1) la sistematica retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;
2) la sistematica violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;
3) la sussistenza di violazioni della normativa in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, tale da esporre il lavoratore a pericolo per la salute, la sicurezza o l’incolumità personale;
4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza, o a situazioni alloggiative particolarmente degradanti.
Costituiscono aggravante specifica e comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà:
1) il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre;
2) il fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età non lavorativa;
3) l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori intermediati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro

La fattispecie di reato era tuttavia piuttosto complicata: prevedeva l’individuazione necessaria di un’attività organizzata di intermediazione  (ci mancava che chiedessero anche SCIA,  P.Iva, e REA…. ah il realismo del Governo Monti!!), non dava una definizione di ‘intermediazione’ e stabiliva una serie di specifiche condotte che costituivano lo sfruttamento, generando una fattispecie di reato molto selettiva e facilmente eludibile.

Successivamente, per contrastare in parte il fenomeno del caporalato rendendolo meno conveniente, è stato introdotto il noto strumento dei voucher di lavoro, i quali, a fronte di un costo di 10 euro cadauno per l’impresa, equivalgono a circa 7,5 euro per il lavoratore e 2,5 euro di ritenute erariali e previdenziali. Tuttavia le modalità stesse di utilizzo dei voucher (attivazione preventiva, riferibilità alla singola persona non attuabile prima dell’attivazione, mancanza della possibilità di un controllo preventivo con comunicazione INAIL) hanno comportato il parziale naufragio dello strumento che, sebbene sia servito a molti imprenditori onesti per garantire una certa necessaria flessibilità alle proprie piante organiche, tuttavia è stato facilmente eluso, o indebitamente utilizzato, da chi dell’onestà ne conosce ben poco il significato.

La nuova norma:

 La nuova legge, composta da 12 articoli, semplifica la fattispecie di reato, rendendola di più facile ricorrenza, e introduce l’utilizzo di importanti strumenti afflittivo cautelari. Nel dettaglio (in sottolineato le differenze principali, ndr):

 Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque:

 1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori;

2) utilizza, assume o impiega manodopera, anche mediante l’attività di intermediazione di cui al numero 1), sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno. Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia, si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.

Ai fini del presente articolo, costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti condizioni:

1) la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;

2) la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;

3) la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;

 4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

 Costituiscono aggravante specifica e comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà:

 1) il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre;

 2) il fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età non lavorativa;

 3) l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro ».

 

La novità più rilevante è certamente una: non deve più necessariamente esserci un’attività organizzata di mediazione per aversi il reato; basta che, de facto, vengano posti in essere comportamenti concludenti che ‘(sottopongano) i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.’

Appare evidente che la fattispecie assuma connotati molto più ampi e di più facile applicazione, con l’introduzione di una fattispecie-base che prescinde da comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori prima previsti e trasforma il caporalato caratterizzato dall’utilizzo di violenza o minaccia in un indicatore  della fattispecie base. Per di più: basta che ricorra uno solo degli indicatori previsti al secondo comma perché si possa integrare la fattispecie base. In particolare, nell’elenco degli indici di sfruttamento dei lavoratori viene aggiunto il pagamento di retribuzioni palesemente difformi da quanto previsto dai contratti collettivi territoriali  e nazionali, una misura che va a tutelare anche le forme di “caporalato bianco”, in cui non vi è violenza o intimidazione ma vi è comunque uno sfruttamento basato sul pagamento di compensi molto ridotti.

Inoltre, introduce la sanzionabilità anche del datore di lavoro e non solo dell’intermediario, prevedendo l’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità (c.d. ravvedimento operoso) l’arresto obbligatorio in flagranza di reato, nonchè la confisca obbligatoria dei beni, misura molto importante, come detto, dal punto  di vista sia afflittivo sia deterrente.

In particolare, di ciò si occupa l’art. 603 bis. Comma 2:

 “(Confisca obbligatoria). – In caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale per i delitti previsti dall’articolo 603-bis, è sempre obbligatoria, salvi i diritti della persona offesa alle restituzioni e al risarcimento del danno, la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto o il profitto, salvo che appartengano a persona estranea al reato. Ove essa non sia possibile è disposta la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità, anche indirettamente o per interposta persona, per un valore corrispondente al prodotto, prezzo o profitto del reato »

Di vitale importanza, sempre dal punto di vista afflittivo deterrente, è l’art. 3 della Legge, che, seguendo i principi dettati dal D.lgs 231/2001 in materia di responsabilità amministrativa da reato, prevede:

“Nei procedimenti per i reati previsti dall’articolo 603-bis del codice penale, qualora ricorrano i presupposti indicati nel comma 1 dell’articolo 321 del codice di procedura penale, il giudice dispone, in luogo del sequestro, il controllo giudiziario dell’azienda presso cui è stato commesso il reato, qualora l’interruzione dell’attività imprenditoriale possa comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o compromettere il valore economico del complesso aziendale. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 321 e seguenti del codice di procedura penale.

 Infine, il provvedimento prevede l’assegnazione al ‘Fondo Antitratta’ (art. 7) dei proventi delle confische ordinate a seguito di sentenza di condanna ed estende le finalità del Fondo antitratta anche alle vittime del delitto di caporalato: vengono di fatto messi sullo stesso piano il caporalato e l’annoso e disgustoso fenomeno della tratta di esseri umani. L’ultima parte della legge introduce infine misure di sostegno e di tutela del lavoro agricolo come il potenziamento della Rete del lavoro agricolo di qualità (art. 8), che dovrebbe raccogliere, certificare e ‘bollinare’ le aziende virtuose e un piano per la sistemazione logistica e il supporto dei lavoratori stagionali. Tale ultima circostanza appare lodevole, soprattutto se dovesse accompagnarsi alla possibilità di introdurre sull’etichetta dei prodotti un ‘bollino di regolarità’ (ma, per questo, bisogna chiedere a Bruxelles). Infatti, va detto che una delle conseguenze collaterali peggiori del caporalato è la lesione del principio della libera concorrenza, per cui si vengono a creare sul mercato due differenti tipologie di aziende: da un lato quelle virtuose, che rispettano i dettami della legge, pagando e trattando i lavoratori secondo quei canoni di ‘giusta mercede’ di cui all’art. 36 cost.; dall’altro quelle che sfruttano indebitamente il lavoro altrui, le quali – oltre al danno anche la beffa – assumono un notevole vantaggio competitivo derivante dai minori costi di produzione. In conclusione, si è finalmente giunti a una norma organica e ben strutturata, basata su risultanze concrete, che finalmente apre non solo a una pura e semplice repressione del fenomeno, ma anche e soprattutto a una corretta prevenzione e tutela dei lavoratori.

Perché il nostro cibo deve  tornare ad odorare di legalità e ad essere splendente, libero dal sangue degli oppressi che ne maschera il vero colore.

AUTORE: Alessandro Scavo

RESPONSABILI RUBRICA: Francesca Caggianese e Gregory Marinucci

Team Comunicazione – La Voce dei Soci

 

 

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