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Intervento Sen. Walter Tocci sulla Buona Scuola

BUONA SCUOLA – TOCCI

24 giugno 2015

Intervento Sen. Walter Tocci (PD) in Assemblea Senato (seconda lettura)image

Ho apprezzato il presidente Renzi quando ha riconosciuto di aver commesso un errore sulla scuola. Erano parole impegnative e inusuali e credo anche sincere. I sostenitori si sono affrettati a sminuirne il significato dicendo che ha sbagliato solo il messaggio della riforma. Ma come si fa ai tempi nostri a separare la comunicazione dalla politica? E anche ai vecchi tempi non era un buon segno quando si diceva “la linea è giusta, il popolo non la capisce”.

Il presidente non solo sa bene che l’errore è stato politico, ma ha cercato di correggerlo. Abbiamo salutato tutti con piacere la proposta di riaprire il dialogo convocando una grande conferenza a luglio. Ci ho creduto, cercando nel mio piccolo di dare un contributo, non solo con i pochi caratteri di un sms al presidente, ma con decine di pagine di proposte ritenute innovative da osservatori neutrali. Con lealtà verso il governo e impegno a favore del mio partito, sia per il passato sia per il futuro.

Poi c’è stata la marcia indietro di Renzi. In poche ore si è passati dall’offerta di un confronto all’imposizione del voto di fiducia.

Non si può non vedere che la svolta è stata decisa in una sede davvero anomala. Venerdì scorso si è tenuta a Palazzo Chigi una riunione di partito, anzi della sua corrente maggioritaria, senza neppure invitare il relatore senatore Conte.

Il risultato fa tristezza solo a dirlo. Per la prima volta nella vita repubblicana il Senato è costretto ad approvare una legge sulla scuola senza poterla emendare né in commissione né in aula. Presidente Grasso, la riforma del bicameralismo non deve comportare l’umiliazione di questa assemblea.

Si attribuisce il blocco agli emendamenti dell’opposizione. Non è vero, la scorsa settimana è stata la mia parte politica a chiedere il rinvio dei lavori della commissione, dovremmo riconoscerlo. Lo sento come un dovere. Ho contrastato aspramente in Parlamento ben due leggi sulla scuola, prima della ministra Moratti e poi della Gelmini. Sono stati due provvedimenti devastanti, però devo riconoscere – proprio qui, di fronte ai colleghi della destra – che ai tempi noi dell’opposizione abbiamo potuto votare gli emendamenti dopo un vivace dibattito parlamentare. Oggi a parti invertite non c’è alcuna discussione. Me ne rammarico per il mio partito, perché una grande forza politica deve dire le stesse cose in maggioranza e all’opposizione.

C’era proprio bisogno di creare uno sconquasso per approvare un provvedimento tanto modesto?

È una riforma mancata che scivola come l’acqua sulle pietre dei ritardi italiani. Eppure ha aperto una ferita mai così profonda nell’animo della scuola. Sono due facce della stessa medaglia. Lo scarto tra annuncio e risultato ha accentuato la delusione.

È apparso un film già visto. Gli insegnanti sono stati penalizzati da quasi tutti i provvedimenti legislativi degli ultimi venti anni: il blocco degli stipendi, la mancanza di risorse, la complicazione burocratica. Rimaneva solo la titolarità della cattedra e la libertà di insegnamento. Se viene meno anche l’ultimo riconoscimento si ferisce la dignità dell’insegnante. Ecco la ragione profonda della protesta che il governo non riesce neppure a capire.

Era questa l’occasione anche per ringiovanire il corpo docente chiamando i precari tenuti per troppo tempo fuori dalla porta. L’assunzione dei centomila è un atto in gran parte dovuto, ma è una misura incompleta perché lascia a casa proprio i più giovani che hanno già superato gli esami di abilitazione e sono stati formati secondo il fabbisogno delle scuole.

Era anche l’occasione per riconoscere il merito degli insegnanti. Non serve l’obolo una tantum elargito in rivalità con i colleghi. Solo la testa vuota degli economisti di Palazzo può pensare che tali incentivi migliorino la qualità. La scuola è più complessa: ci vuole la nuova figura professionale dell’insegnante esperto che segue il tutoraggio dei neoassunti, l’orientamento degli studenti, l’innovazione didattica. Il merito nella scuola non è un guadagno solipsistico, è una risorsa che arricchisce gli altri. Il merito a scuola è la candela che accende altre candele senza perdere la propria luce, ma illuminando l’intera comunità, come nella bella immagine di Thomas Jefferson.

La scuola è l’istituzione pubblica che coniuga la comunità e la libertà dell’educazione. Lo sbilanciamento a favore del preside è come introdurre un elefante nella cristalleria. Il potere discrezionale di derogare le graduatorie di merito dei concorsi, nel paese reale significa aprire la breccia al clientelismo, a ulteriori diseguaglianze, alle scuole di tendenza ideologica, proprio mentre premono alle porte i fondamentalismi. È un passo indietro.

I bonus fiscali a favore dei ceti medio alti sostituiscono le borse di studio per i ceti meno abbienti, che erano state istituite dalla legge di parità del 2000. Con lo school bonus il benestante che spende 35 euro acquista il diritto a spostare altri 65 euro dalle casse dello Stato alla sua scuola anche se invece è quella accanto che ha bisogno di riparare i vetri rotti. Si torna all’antico regime della noblesse de robe che poteva comprare le decisioni pubbliche.

Si è sprecata l’occasione di una vera riforma. Per la prima volta il Presidente del Consiglio aveva messo la scuola al primo posto. Avrebbe dovuto chiamare le migliori intelligenze del paese a scrivere un progetto ambizioso per il secolo che viene. Per guardare in faccia la realtà, anche quella più amara, e per cambiarla. Il neoanalfabetismo degli adulti riguarda il 70% della popolazione, il dato più grave in area Ocse. Gli apprendimenti sui banchi non durano nella vita adulta. I nostri giovani rimangono a scuola fino a 19 anni, più dello standard europeo, ma l’efficacia formativa diminuisce dalle elementari alle superiori. I cicli scolastici sono incongruenti e discontinui, perdono studenti fino al 17%, una quota molto alta nel confronto internazionale. Evidentemente la didattica, i cicli e il modo stesso di fare scuola, andrebbero ripensati di fronte alle sfide del mondo nuovo.

Come si fa parlare di scuola senza affrontare questi problemi. Qualcuno pensa che si possano risolvere con il preside solo al comando?

Nel dopoguerra la scuola italiana insegnò a leggere a scrivere a milioni di analfabeti, portò alla laurea i figli dei contadini e degli operai, rinnovò la didattica seguendo la lezione di maestri come Don Milani, Mario Lodi e qui a Roma Albino Bernardini. E fu il miracolo della crescita civile, democratica di un grande paese industriale. Oggi siamo più ricchi di allora e ancora non mettiamo in grado la scuola di compiere un altro miracolo, di adempiere pienamente ai compiti repubblicani, di rimuovere le diseguaglianze e adeguare le competenze dei cittadini all’epoca della conoscenza.

Di questa portata sono i cambiamenti necessari. Di riforme finte ne abbiamo viste troppe nel ventennio passato. Qui si chiede la fiducia per imporre una legge che si occupa solo di amministrazione scolastica e al più di un piano assunzioni, che rimesta l’esistente con molte ripetizioni e gravi errori, che scrive centinaia di pagine di norme eterogenee e improvvisate aumentando una burocrazia già oggi asfissiante.

È ancora da immaginare il vero cambiamento della scuola. Chi saprà attuarlo in futuro sarà ricordato come la più grande personalità politica del Paese.

FutureDem

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